Dieta mima-digiuno e Diabete di Tipo 2: un Approccio Integrato per il Controllo Glicemico

Il diabete di tipo 2 è una condizione cronica che richiede una gestione attenta, focalizzata sul controllo della glicemia, la riduzione dei farmaci e la promozione del benessere metabolico. Un recente studio ha esplorato l’efficacia dell’integrazione della dieta mima-digiuno (dmd), un programma dietetico che simula gli effetti del digiuno, come intervento aggiuntivo ai trattamenti convenzionali per le persone affette da diabete di tipo 2.

Metodologia

Il principale obiettivo di questo studio era indagare l’effetto della dmd sul controllo glicemico, in particolare sulla HbA1c (un indicatore della glicemia media a lungo termine) e sull’uso di farmaci ipoglicemizzanti. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a due gruppi: uno che ha seguito il programma dmd e l’altro che ha continuato le cure standard come gruppo di controllo. Sono stati presi in considerazione vari parametri: concentrazioni plasmatiche di glucosio e insulina, peso corporeo, pressione sanguigna, profili lipidici, e misurazioni della composizione corporea (circonferenza vita, percentuale di grasso corporeo). Tutti questi dati sono stati raccolti all’inizio dello studio e dopo 6 e 12 mesi.

Risultati Principali

L’uso della dmd ha portato a una significativa riduzione nell’uso dei farmaci ipoglicemizzanti, con il 40% dei partecipanti che hanno ridotto la loro dose, rispetto al 5% del gruppo di controllo. Inoltre, i partecipanti che seguivano la dmd hanno mostrato una diminuzione maggiore del peso corporeo, della circonferenza vita, e della percentuale di grasso corporeo. Sebbene non vi fosse una differenza statisticamente significativa nei livelli di HbA1c medi tra i due gruppi, il 42% dei partecipanti nel gruppo dmd ha visto una riduzione dell’HbA1c, contro solo il 15% nel gruppo di controllo. Questo suggerisce che la dmd potrebbe avere un effetto positivo nel migliorare il controllo glicemico in una parte significativa dei partecipanti, anche senza alterare drasticamente i valori medi di HbA1c.

Inoltre, l’indice di resistenza all’insulina ha mostrato miglioramenti nei partecipanti che hanno seguito la dmd, suggerendo un miglioramento della sensibilità all’insulina. Non sono state riscontrate differenze significative nei profili lipidici o nella pressione sanguigna tra i due gruppi, eccetto per l’aumento del colesterolo HDL (il cosiddetto “colesterolo buono”) nel gruppo dmd.

Eventi Avversi e Sicurezza

Durante il trattamento, i partecipanti alla dmd hanno sperimentato alcuni effetti collaterali, tra cui affaticamento, mal di testa, vertigini e nausea, che si sono manifestati durante i cicli di digiuno. Tuttavia, questi sintomi si sono risolti rapidamente tra i cicli, e non sono stati segnalati eventi gravi correlati allo studio.

Conclusioni

Lo studio ha dimostrato che la dmd, quando integrata con i trattamenti standard, può contribuire a migliorare il controllo glicemico nei pazienti con diabete di tipo 2. Sebbene la riduzione dei farmaci e la stabilizzazione dell’HbA1c non siano stati uniformemente riscontrati in tutti i partecipanti, l’approccio ha mostrato benefici in una porzione significativa di essi. In particolare, la dmd ha portato a miglioramenti nei parametri antropometrici, nella sensibilità all’insulina e nella gestione glicemica complessiva, suggerendo che questo approccio dietetico possa essere un valido strumento terapeutico aggiuntivo per il diabete di tipo 2.

L’introduzione della dmd come parte di una strategia terapeutica personalizzata offre un’opportunità promettente per ottimizzare la gestione del diabete, ridurre la dipendenza da farmaci e migliorare la qualità della vita dei pazienti.

Fonti

van den Burg EL, Schoonakker MP, van Peet PG, van den Akker-van Marle EM, Lamb HJ, Longo VD, Numans ME, Pijl H. Integration of a fasting-mimicking diet programme in primary care for type 2 diabetes reduces the need for medication and improves glycaemic control: a 12-month randomised controlled trial. Diabetologia. 2024 Jul;67(7):1245-1259. doi: 10.1007/s00125-024-06137-0. Epub 2024 Mar 28. PMID: 38546821; PMCID: PMC11153305.

Dieta anti-infiammatoria e artrite reumatoide

Uno studio pubblicato nel 2020 sul The American Journal of Clinical Nutrition ha analizzato se una dieta anti-infiammatoria possa ridurre l’attività della malattia e migliorare la qualità della vita nei pazienti con artrite reumatoide.

L’artrite reumatoide è una malattia autoimmune cronica caratterizzata da infiammazione della membrana sinoviale delle articolazioni, che può causare danni a cartilagine e ossa, dolore, rigidità e una riduzione significativa della qualità della vita.

Metodologia dello studio

Lo studio ha coinvolto 50 pazienti svedesi con artrite reumatoide in un disegno crossover in singolo cieco, ossia, i pazienti sono stati esposti in tempi diversi, a uno o più trattamenti, secondo una sequenza casuale e senza essere a conoscenza della tipologia del trattamento. I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a due diete per un periodo di 10 settimane ciascuna, intervallato da un periodo di 4 mesi:

  1. Dieta anti-infiammatoria:
    • Basata sull’assunzione media svedese.
    • Comprendeva pesce (soprattutto salmone) 3-4 volte a settimana, piatti vegetariani con legumi, cereali integrali, verdure, yogurt, frutta fresca, noci e probiotici contenenti Lactobacillus plantarum 299, noto per le sue proprietà anti- infiammatorie sistemiche e regolatore della risposta immunitaria. 
    • I partecipanti dovevano limitare il consumo di carne (massimo 3 volte a settimana) e scegliere latticini magri e oli vegetali per cucinare.
  2. Dieta di controllo:
    • Includeva carne o pollo fino a 5 volte a settimana, cereali raffinati, barrette proteiche o quark per spuntini e colazioni a base di pane bianco con burro o yogurt zuccherato con fiocchi di mais.
    • Era limitato il consumo di frutti di mare, probiotici e latticini magri.

Obiettivi

L’obiettivo principale dello studio era valutare l’attività della malattia. Gli obiettivi secondari includevano il miglioramento di dolori e gonfiori articolari, stato di salute generale e livelli di proteina C-reattiva (un marcatore di infiammazione).

Risultati

Durante il periodo in cui i pazienti hanno seguito la dieta anti-infiammatoria si è osservato un significativo miglioramento nell’attività della malattia rispetto al periodo con la dieta di controllo. Tuttavia, non ci sono stati miglioramenti statisticamente significativi nel dolore articolare, gonfiore o altri sintomi, anche se alcuni pazienti hanno riferito benefici soggettivi.

Conclusioni

Lo studio suggerisce che una dieta anti-infiammatoria possa ridurre l’attività della malattia nei pazienti con artrite reumatoide, portando a un miglioramento generale della condizione. Sebbene i risultati siano promettenti, con un miglioramento significativo nell’attività della malattia durante il periodo in cui i pazienti seguivano la dieta anti-infiammatoria, non sono stati osservati miglioramenti clinici significativi in termini di dolore articolare, gonfiore o funzionalità complessiva. Inoltre, alcuni pazienti hanno riferito miglioramenti soggettivi, ma ciò non è stato sufficiente per stabilire cambiamenti statisticamente rilevanti.

Questo studio apre la porta all’idea che modifiche nella dieta possano influenzare positivamente l’infiammazione sistemica, un fattore cruciale nell’artrite reumatoide, ma non fornisce prove definitive riguardo ai benefici a lungo termine. Pertanto, è essenziale continuare la ricerca per chiarire se una dieta anti-infiammatoria possa effettivamente ridurre il carico della malattia e portare a un miglioramento sostenibile della qualità della vita dei pazienti. In particolare, saranno necessari studi più ampi, con periodi di osservazione più lunghi e misurazioni più approfondite dei parametri clinici, per confermare se i miglioramenti osservati possano tradursi in vantaggi tangibili per i pazienti. Solo con un accumulo di evidenze scientifiche più solide sarà possibile raccomandare ufficialmente la dieta anti-infiammatoria come parte integrante del trattamento dell’artrite reumatoide.

Fonti

  1. Choy E. Understanding the dynamics: pathways involved in the pathogenesis of rheumatoid arthritisRheumatology2012;51(5):v311.
  2. Anna K E Vadell, Linnea Bärebring, Erik Hulander, Inger Gjertsson, Helen M Lindqvist, Anna Winkvist, Anti-inflammatory Diet In Rheumatoid Arthritis (ADIRA)—a randomized, controlled crossover trial indicating effects on disease activity, The American Journal of Clinical Nutrition, Volume 111, Issue 6, June 2020, Pages 1203–1213.

Una dieta che simula il digiuno potrebbe salvare i reni: ecco come funziona

Un team internazionale di ricercatori ha scoperto che una dieta che simula il digiuno potrebbe rappresentare una nuova speranza per i pazienti affetti da malattia renale cronica, una condizione che spesso porta alla malattia renale allo stadio terminale.

Questo intervento nutrizionale sarebbe in grado di migliorare la funzionalità renale, riducendone i danni e preservando le cellule chiave coinvolte nel processo di filtrazione del sangue.

La ricerca è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista Science Translational Medicine e apre la strada a nuove sperimentazioni cliniche.

Che cos’è la malattia renale cronica?

La malattia renale cronica è causata da una riduzione della capacità dei reni di filtrare le scorie presenti nel sangue. Rappresenta un problema per la salute umana ed è causa di prematura mortalità. Attualmente, non ci sono strategie farmacologiche efficaci nel prevenire il danneggiamento e la perdita delle cellule renali che svolgono una funzione cruciale nel processo di filtrazione del sangue. In aggiunta, ad oggi, si è visto che l’intervento dietetico ha effetti limitati, o addirittura non ha alcun effetto, nel promuovere la rigenerazione e la regressione del danno renale e della malattia.

I risultati dello studio

Sono stati testati gli effetti di una dieta che simula il digiuno, a basso contenuto di sodio, potassio e fosforo, su modelli animali con malattia renale cronica. Dopo 6 cicli, uno ogni due settimane, si è osservato un miglioramento della funzione renale, una riduzione dei danni renali e la preservazione delle cellule chiave coinvolte nel processo di filtrazione sanguigna. Anche dopo un solo ciclo sono stati osservati effetti positivi nella protezione e nel ripristino delle strutture renali. 

“Abbiamo riscontrato che i reni dei modelli animali sottoposti a questo intervento dietetico somigliavano, dal punto di vista cellulare e molecolare, a quelli di animali sani,” spiega la Dr.ssa Laura Perin, co-direttrice del laboratorio che ha condotto lo studio.

E sugli esseri umani?

Gli esperimenti, condotti principalmente su animali, hanno dato risultati promettenti: la dieta che simula il digiuno ha aiutato a ridurre i danni ai reni, migliorare la circolazione e rafforzare la salute del cuore. Questi risultati sono stati confermati anche da uno studio su 13 pazienti con malattia renale cronica, che ha mostrato ulteriori benefici. I pazienti, che avevano una forma avanzata di malattia renale, hanno mostrato miglioramenti dopo tre cicli di dieta, con riduzione dei sintomi e dei danni renali, come minore presenza di proteine o altre sostanze di scarto nelle urine (proteinuria o creatininuria) e una miglior filtrazione dei reni.

Secondo il Professor Valter Longo, “Questi risultati suggeriscono che la dieta che simula il digiuno potrebbe rappresentare un’innovativa strategia per rallentare la progressione delle malattie renali croniche, migliorando la qualità di vita dei pazienti.”

Prospettive future

Questo studio si inserisce nel crescente corpus di ricerche sui benefici della dieta mima digiuno su cancro, diabete e malattie cardiovascolari e apre la strada a nuove sperimentazioni cliniche, alimentando la speranza che la dmd possa rappresentare un’arma preziosa non solo contro cancro, diabete e le malattie renali, ma anche contro una vasta gamma di patologie croniche, contribuendo così a migliorare la salute pubblica e la longevità a livello globale.

 

Referenza: https://www.science.org/doi/10.1126/scitranslmed.adl5514?url_ver=Z39.88-2003&rfr_id=ori:rid:crossref.org&rfr_dat=cr_pub%20%200pubmed 

Possiamo modulare i valori dei fattori di crescita con l’alimentazione? L’esempio di IGF-1

I fattori di crescita insulino-simili (IGF, da Insulin Growth Factor) sono proteine fondamentali che regolano diverse funzioni biologiche, tra cui la crescita cellulare, la prevenzione della morte programmata delle cellule (apoptosi), la specializzazione cellulare e la trasformazione delle cellule. Tra questi, l’IGF-1 è il principale responsabile degli effetti di crescita mediati dall’ormone della crescita (GH, o growth hormone).

IGF-1 e associazione con le malattie

La relazione tra i livelli di IGF-1 nel sangue e l’insorgenza di patologie è ancora oggetto di dibattito: elevati livelli di IGF-1 sono stati associati a un maggiore rischio di tumori, come il cancro al colon-retto, alla prostata, al seno e ai polmoni. D’altra parte, livelli molto bassi di IGF-1 sono collegati a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete, osteoporosi e perdita di massa muscolare (sarcopenia).

La riduzione dei livelli di IGF-1 può derivare da condizioni di fragilità o malattie, e l’infiammazione sembra svolgere un ruolo chiave nel ridurli. Questa relazione potrebbe spiegare l’aumento della mortalità osservato nei pazienti con livelli particolarmente bassi di IGF-1.

Range ideale di IGF-1 e mortalità

A causa dei risultati contrastanti sugli effetti di alti e bassi livelli di IGF-1 sulla mortalità, una recente meta-analisi condotta dal team di ricerca del Professor Valter Longo ha cercato di chiarire la questione. Analizzando 19 studi accuratamente selezionati, si è individuato che un livello di IGF-1 compreso tra 120 e 160 ng/mL è associato a una minore mortalità. Questo intervallo è considerato ottimale per promuovere la salute, sebbene non esistano ancora standard ufficialmente condivisi.

Alimentazione e livelli di IGF-1

L’alimentazione è uno dei principali modulatori dei livelli di IGF-1. Gli studi hanno analizzato l’effetto di diversi macronutrienti (proteine, carboidrati e grassi), micronutrienti (vitamine e minerali) e alimenti specifici.

Un elevato consumo di proteine e carboidrati è associato a livelli più alti di IGF-1. Tra gli alimenti, i latticini (come latte, formaggi e yogurt) e le margarine sembrano avere l’impatto più significativo sull’aumento di questo fattore.

Il consumo di burro, uova e ovoprodotti è sorprendentemente associato a livelli più bassi di IGF-1.

Apporto proteico raccomandato

Dai risultati, emerge che, per mantenere i livelli di IGF-1 nel range ideale (120-160 ng/mL), l’apporto proteico giornaliero dovrebbe essere compreso tra 50 e 80 grammi al giorno.

Conclusioni

Individuare alimenti e nutrienti chiave associati ai livelli di IGF-1 è cruciale per comprendere come la dieta possa influenzare in modo significativo la salute a lungo termine. Regolare i livelli di IGF-1 attraverso l’alimentazione offre una strategia non invasiva e personalizzabile per prevenire o mitigare il rischio di patologie legate sia a livelli elevati, come alcune forme di tumore, sia a livelli bassi, come malattie cardiovascolari, osteoporosi e sarcopenia.

Questo approccio non solo supporta la prevenzione di malattie croniche, ma può anche migliorare la qualità della vita, favorendo una crescita cellulare equilibrata e riducendo l’infiammazione sistemica.

Adottare una dieta bilanciata, basata sulle evidenze scientifiche, rappresenta quindi un potente strumento per promuovere il benessere e ottimizzare i processi biologici influenzati dall’IGF-1. Integrare questi principi nella pratica clinica e nella consulenza nutrizionale può contribuire a sviluppare programmi personalizzati per la gestione della salute e la prevenzione delle malattie.

Fonti

Rahmani J, Montesanto A, Giovannucci E, Zand H, Barati M, Kopchick JJ, Mirisola MG, Lagani V, Bawadi H, Vardavas R, Laviano A, Christensen K, Passarino G, Longo VD. Association between IGF-1 levels ranges and all-cause mortality: A meta-analysis. Aging Cell. 2022 Feb;21(2):e13540.

Watling CZ, Kelly RK, Tong TYN, Piernas C, Watts EL, Tin Tin S, Knuppel A, Schmidt JA, Travis RC, Key TJ, Perez-Cornago A. Associations of circulating insulin-like growth factor-I with intake of dietary proteins and other macronutrients. Clin Nutr. 2021 Jul;40(7):4685-4693.

Delafontaine P, Song YH, Li Y. Expression, regulation, and function of IGF-1, IGF-1R, and IGF-1 binding proteins in blood vessels. Arterioscler Thromb Vasc Biol. 2004 Mar;24(3):435-44.

Alimenti che fanno bene al cuore

3 categorie in cui è possibile suddividere gli alimenti che fanno bene al cuore

Acidi grassi

I grassi monoinsaturi, come l’acido oleico presente nell’olio d’oliva, e i grassi polinsaturi, come gli omega-3 (EPA e DHA), che si trovano in alimenti come pesce, noci e semi di lino, svolgono un ruolo importante nel miglioramento dei livelli di colesterolo HDL (colesterolo “buono”) e nella protezione della salute cardiovascolare. In particolare, gli omega-3 sono noti per le loro proprietà antinfiammatorie, il loro effetto antitrombotico e per la capacità di favorire il corretto funzionamento del sistema cardiovascolare.

Alcuni esempi:

    • Olio extravergine di oliva
    • Avocado
    • Sardine
    • Sgombro
    • Alici
    • Noci
    • Mandorle
    • Nocciole
    • Semi di lino
    • Semi di canapa
    • Cioccolato fondente >85%

Antocianine

Le antocianine sono molecole con comprovate proprietà benefiche per la salute cardiovascolare, capaci di ridurre il rischio di sviluppare malattie cardiache. Grazie alla loro azione antiossidante, stimolano un aumento dei livelli di glutatione ridotto, un potente antiossidante prodotto dal nostro corpo, che aiuta a contrastare lo stress ossidativo a livello cellulare. Questo processo favorisce la protezione delle cellule e dei tessuti, contribuendo a mantenere la salute del sistema cardiovascolare.

Alcuni esempi:

    • Mirtilli
    • Fragole
    • Cavolo rosso
    • Prugne
    • Lamponi
    • More
    • Ribes nero

Fibre

Per gli adulti, i LARN raccomandano un apporto minimo di 25 g di fibre al giorno. Le fibre giocano un ruolo importante nella prevenzione di malattie come sovrappeso, obesità e ipertensione, condizioni che possono avere effetti negativi sulla salute cardiovascolare. In particolare, le fibre solubili agiscono come prebiotici, esercitando un effetto benefico sul microbiota intestinale e contribuendo così alla salute digestiva e generale.

Alcuni esempi:

    • Cereali integrali (es. avena, farro, miglio, grano saraceno)
    • Legumi (es. fagioli, piselli, lenticchie, ceci, fave)
    • Verdure a foglia verde
    • Frutta a guscio (frutta secca e semi)

Proposte ricette

Insalata colorata di cavolo rosso

Ingredienti per 2 persone:

  • 200g di ceci neri
  • Paprika q.b.
  • Aglio q.b., se gradito
  • Sale q.b.
  • 2 cucchiai di olio EVO
  • 300g di cavolo rosso grattugiato
  • 1 avocado
  • 20g di mandorle tostate
  • 20 g di semi di canapa decorticati
  • Succo di 1 lime
  • 10 g di zenzero fresco grattugiato

Procedimento:

Infornare i ceci neri, precedentemente cotti, a 200°C per circa 25 minuti, con olio extravergine di oliva, paprika e aglio, se gradito, fino a renderli croccanti. Nel frattempo, grattugiare il cavolo rosso e trasferirlo in una ciotola capiente. Aggiungere l’avocado tagliato a cubetti, unire i ceci neri croccanti, le mandorle tostate e tritate grossolanamente, insieme ai semi di canapa decorticati, per aggiungere un contrasto croccante e saporito.

Aggiungere il succo di un lime, versarlo sugli ingredienti e aggiungere l’olio extravergine di oliva. Grattugiare lo zenzero fresco e unirlo al tutto per un aroma fresco e speziato. Mescolare bene, aggiungere sale e continuare a mescolare fino a che il condimento sarà ben distribuito.

Lasciar marinare gli ingredienti per circa 20 minuti e servire.

Spaghetti integrali di grano saraceno con alici e noci

Ingredienti per 2 persone:

  • 160g di pasta integrale di grano saraceno
  • 2 cucchiai di olio EVO
  • 8 filetti di alici
  • 40g di noci tritate
  • Succo di 1 lime
  • 10 g di zenzero fresco grattugiato
  • 1 spicchio d’aglio, se gradito
  • Peperoncino q.b., se gradito
  • Sale q.b.

Procedimento:

Schiacciare uno spicchio d’aglio, se gradito, e farlo rosolare in padella con un cucchiaio di olio extravergine di oliva e zenzero grattugiato. Aggiungere le alici, salare e cuocere a fuoco lento, mescolando delicatamente. Nel frattempo, tritare grossolanamente le noci e aggiungerle alle alici, facendole tostare leggermente. Cuocere la pasta di grano saraceno al dente, scolarla e unirla alle alici in padella, saltandola per un paio di minuti insieme agli altri ingredienti affinché si insaporisca bene. Servire e aggiungere a crudo il succo di lime per un tocco fresco e aromatico.

Dolcetti di avena e cioccolato fondente

Ingredienti:

  • 50g di fiocchi d’avena
  • 80 mL di bevanda vegetale al cocco senza zuccheri aggiunti
  • 60g di cioccolato fondente >85%
  • 30 g circa di nocciole tritate

Procedimento:

Spezzettare il cioccolato fondente e scioglierlo a bagnomaria, mescolando fino a ottenere una consistenza liscia. Aggiungere la bevanda vegetale al cocco e i fiocchi d’avena, mescolando bene per amalgamare gli ingredienti. Unire, infine, le nocciole tritate, continuando a mescolare per rendere il composto uniforme.

Versare il composto in stampini a forma di cuore e lasciar raffreddare in frigorifero per circa 2 ore, finché i dolcetti si saranno solidificati.

 

Mangiare tardi aumenta la fame, riduce il consumo energetico e altera il metabolismo

Gli interventi contro l’obesità puntano principalmente a ridurre le calorie nella dieta e ad aumentare l’attività fisica. Tuttavia, anche altri fattori influenzano il bilancio energetico e il rischio di obesità, tra cui il sistema circadiano, ossia l’orologio biologico interno che regola i ritmi di sonno, fame ed energia nelle 24 ore. Alterazioni di questo sistema possono influire sull’equilibrio energetico e rappresentano un fattore di rischio modificabile.

Studi su animali e su pazienti mostrano che mangiare tardi è associato a un rischio maggiore di obesità e a una minore efficacia della dieta nel favorire la perdita di peso. Questo indica che l’orario dei pasti potrebbe influenzare il peso corporeo indipendentemente dalle calorie consumate o bruciate.

Per capire meglio i meccanismi con cui mangiare tardi influisce sul bilancio energetico, ricercatori dell’Harvard Medical School hanno condotto uno studio randomizzato e crossover, analizzano gli effetti di un pasto tardivo su fame, appetito, ormoni come leptina (l’ormone che segnala al corpo che è sazio) e grelina a grelina (ormone che stimola la fame), dispendio energetico, temperatura corporea e metabolismo del tessuto adiposo. Per evitare interferenze da altri fattori, sono stati controllati con precisione l’orario, la quantità e la qualità del cibo, oltre ad attività fisica, sonno ed esposizione alla luce. Lo studio è stato pubblicato su Cell Metabolism.

Lo studio

Lo studio ha coinvolto 16 partecipanti con sovrappeso o obesità, ciascuno sottoposto a due sessioni in laboratorio per testare gli effetti del mangiare tardi (late time eating) e presto (early time eating) in ordine casuale, con un periodo di pausa tra i due schemi. Durante questa pausa, i partecipanti hanno ripreso i loro normali orari e abitudini alimentari. I protocolli in laboratorio erano preceduti da 2-3 settimane di preparazione per stabilizzare i ritmi sonno-veglia e da 3 giorni di dieta controllata per eliminare gli effetti delle abitudini alimentari precedenti. In laboratorio, il sonno dei partecipanti è stato programmato in base al loro ciclo abituale.

Risultati

Mangiare tardi ha condotto a un aumento del senso di fame, dovuto a un’alterazione degli ormoni che regolano l’appetito, con l’aumento del rapporto grelina/leptina e anche ad un aumento del tempo di veglia, mentre riduce il dispendio energetico e la temperatura corporea nelle 24 ore. Tutto ciò porta a sentirsi più affamati e a restare svegli più a lungo. 

L’analisi genetica del tessuto adiposo, inoltre, ha evidenziato cambiamenti nei processi metabolici, come la capacità di immagazzinare più grasso invece di usarlo come energia. 

Dall’analisi dei dati, il sonno, invece, non sembra influenzare questi effetti, poiché la durata e l’efficienza del sonno non differivano tra i programmi di pasti anticipati e ritardati.

Conclusioni

Lo studio ha un protocollo ben strutturato che ha ridotto le interferenze esterne, permettendo di osservare con precisione gli effetti del mangiare tardi. Tuttavia, presenta alcune limitazioni, come la durata breve, il campione limitato e il fatto che le analisi sul tessuto adiposo sono state fatte solo su alcuni partecipanti. Inoltre, sono stati studiati solo gli effetti a breve termine, quindi non si può sapere se mangiare tardi a lungo termine porti a un aumento di peso duraturo.

Tuttavia, i dati ottenuti offrono preziose informazioni fisiologiche e molecolari che potrebbero favorire lo sviluppo di interventi dietetici basati sull’orario dei pasti. Inoltre, i geni identificati potrebbero subire modifiche nell’espressione e rappresentare potenziali bersagli farmacologici e nutrizionali per la prevenzione e il trattamento dell’obesità.

 

Referenze:

  • Vujović N, Piron MJ, Qian J, Chellappa SL, Nedeltcheva A, Barr D, Heng SW, Kerlin K, Srivastav S, Wang W, Shoji B, Garaulet M, Brady MJ, Scheer FAJL. Late isocaloric eating increases hunger, decreases energy expenditure, and modifies metabolic pathways in adults with overweight and obesity. Cell Metab. 2022 Oct 4;34(10):1486-1498.e7. doi: 10.1016/j.cmet.2022.09.007. PMID: 36198293; PMCID: PMC10184753.
  • Hill, J.O., Wyatt, H.R., and Peters, J.C. (2013). The importance of energy balance. Eur. Endocrinol. 9, 111–115. 
  • Foright, R.M., Presby, D.M., Sherk, V.D., Kahn, D., Checkley, L.A., Giles, E.D., Bergouignan, A., Higgins, J.A., Jackman, M.R., Hill, J.O., and MacLean, P.S. (2018). Is regular exercise an effective strategy for weight loss maintenance? Physiol. Behav. 188, 86–93; 
  • Kim, J.Y. (2021). Optimal diet strategies for weight loss and weight loss maintenance. J. Obes. Metab. Syndr. 30, 20–31; 
  • Kraschnewski, J.L., Boan, J., Esposito, J., Sherwood, N.E., Lehman, E.B., Kephart, D.K., and Sciamanna, C.N. (2010). Long-term weight loss maintenance in the United States. Int. J. Obes. 34, 1644–165. 
  • Allison, K.C., and Goel, N. (2018). Timing of eating in adults across the weight spectrum: metabolic factors and potential circadian mechanisms. Physiol. Behav. 192, 158–166. 
  • Mattson, M.P., Allison, D.B., Fontana, L., Harvie, M., Longo, V.D., Malaisse, W.J., Mosley, M., Notterpek, L., Ravussin, E., Scheer, F.A.J.L., et al. (2014). Meal frequency and timing in health and disease. Proc. Natl. Acad. Sci. USA 111, 16647–16653.
  • Garaulet, M., Go´ mez-Abella´ n, P., Alburquerque-Be´ jar, J.J., Lee, Y.C., Ordova´ s, J.M., and Scheer, F.A.J.L. (2013). Timing of food intake predicts weight loss effectiveness. Int. J. Obes. 37, 604–611.
  • McHill, A.W., Phillips, A.J., Czeisler, C.A., Keating, L., Yee, K., Barger, L.K., Garaulet, M., Scheer, F.A., and Klerman, E.B. (2017). Later circadian timing of food intake is associated with increased body fat. Am. J. Clin. Nutr. 106, 1213–1219. 
  • Allison, K.C., Hopkins, C.M., Ruggieri, M., Spaeth, A.M., Ahima, R.S., Zhang, Z., Taylor, D.M., and Goel, N. (2021). Prolonged, controlled daytime versus delayed eating impacts weight and metabolism. Curr. Biol. 31, 650–657.e3. Altman, D.G., and Bland, J.M. (2005). Treatment allocation by minimisation. BMJ 330, 843. Aouadi, M., Laurent
  • Kelly, K.P., McGuinness, O.P., Buchowski, M., Tughe, J.J., Chen, H., Powers, J., Page, T., and Johnson, C.H. (2020). Eating breakfast and avoiding late evening snacking sustains lipid oxidation. PLoS Biol. 18, e3000622.

Saltare i pasti: quali rischi per la salute?

Esistono diverse pratiche di digiuno intermittente, ma tutte accumunate da un alternarsi di periodi di restrizione calorica, senza ridurre l’introito di macro- e micronutrienti, fondamentali per una corretta alimentazione, e periodi di normale assunzione di cibo.

Quali siano gli effetti del digiuno sulla salute umana è ancora oggi un argomento fortemente discusso.

Le ricerche e i risultati ottenuti dal Prof. Longo confermano che il digiuno, se eseguito correttamente, favorisce cambiamenti metabolici e cellulari che rallenterebbero il processo di invecchiamento, il quale ritroviamo alla base di molte patologie, come malattie cardiovascolari, il diabete, i tumori e malattie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer. 

Il digiuno intermittente, ossia l’astensione volontaria dal cibo per un determinato numero di ore durante la giornata, spesso comporta la rinuncia a uno dei pasti principali, come la colazione o la cena. Quali sono le possibili implicazioni di questa pratica per la salute?

Uno studio del 2022 dell’Università dell’Iowa, pubblicato sul Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics, ha evidenziato che rinunciare a uno dei tre pasti principali della giornata (colazione, pranzo o cena) può comportare gravi rischi per la salute, aumentando il rischio di morte prematura. Le premesse sono spaventose, ma vediamo meglio quali sono i risultati di questa pubblicazione.

I rischi di saltare la colazione

Secondo lo studio, condotto su 24.011 adulti statunitensi di età pari o superiore a 40 anni, i partecipanti che saltavano la colazione presentavano un rischio più elevato di morte per malattie cardiovascolari, un dato già confermato da numerosi studi precedenti.

Saltare la colazione è associato a cambiamenti dell’appetito e a una riduzione della sazietà, che possono portare a un successivo eccesso di cibo e a una compromissione della sensibilità all’insulina. Al contrario, consumare regolarmente la colazione contribuisce a mantenere un metabolismo più stabile.

Inoltre, l’abitudine di saltare la colazione è correlata a un maggiore rischio di obesità, dislipidemia, ipertensione, diabete di tipo 2, sindrome metabolica e malattie neurologiche. Questa pratica comporta anche un apporto calorico giornaliero più basso, spesso carente di nutrienti essenziali, con una tendenza a compensare attraverso il consumo di bevande zuccherate, snack, carne rossa e alcol. Non sorprende, quindi, che sia associata anche a stili di vita meno salutari, come il fumo, il consumo eccessivo di alcol e una ridotta attività fisica.

Anche saltare il pranzo o la cena ha conseguenze, la ma qualità della dieta gioca un ruolo cruciale

Lo studio ha osservato che saltare il pranzo o la cena può anch’esso aumentare il rischio di morte, anche se legato a fattori diversi. Chi salta uno dei pasti principali tende a consumare porzioni più abbondanti e meno salutari nei pasti successivi, spesso in un intervallo temporale ridotto.

Tuttavia, è importante notare che questa associazione diventa meno rilevante se si tiene conto della qualità complessiva della dieta.

Studi precedenti hanno evidenziato che chi salta un pasto principale, come il pranzo, spesso segue un’alimentazione di qualità inferiore, caratterizzata da un minor consumo di frutta e verdura e un maggiore apporto di sodio e cereali raffinati. Questi fattori sono stati associati a un rischio più elevato di mortalità.

Inoltre, le persone che tendono a saltare i pasti sono spesso individui con un livello di istruzione e un reddito familiare più bassi, che seguono una dieta meno equilibrata e fanno maggior uso di snack, fumo e alcol.

Intervalli tra i pasti e limiti dello studio

Lo studio ha introdotto un aspetto innovativo, analizzando il ruolo degli intervalli tra i pasti principali. È emerso che consumare i pasti a distanza di meno di 4-5 ore può essere associato a un aumento della mortalità. Tuttavia, questi risultati vanno interpretati con cautela, poiché lo studio presenta alcuni limiti che ne riducono l’affidabilità. 

Ad esempio, non sono stati considerati gli snack consumati tra i pasti, che potrebbero influenzare gli effetti del digiuno intermittente. Inoltre, i dati sui comportamenti alimentari sono stati auto-riportati, aumentando il rischio di errori o inesattezze. Infine, mancano informazioni su altri aspetti dello stile di vita, come la durata e la qualità del sonno, che potrebbero avere un impatto significativo sull’associazione tra numero di pasti e mortalità.

Questi fattori rendono i risultati dello studio non definitivi. Per ottenere dati più solidi, sarà necessario replicare lo studio considerando tutti i fattori citati e validarlo in altre popolazioni.

La personalizzazione dei protocolli che riguardano il digiuno, così come l’alimentazione di tutti i giorni, è cruciale nell’ottimizzazione della durata della vita e la salute. È importante essere seguiti da un professionista esperto nell’applicazione di tali protocolli, per evitare i rischi del fai da te. Per valutare strategie personalizzate, i nutrizionisti dell’European Longevity Institute della Fondazione Valter Longo ETS, formati dal Professor Valter Longo, sono disponibili alla mail [email protected] 

 

Referenze

  • Yangbo Sun, Shuang Rong, Buyun Liu, Yang Du, Yuxiao Wu, Liangkai Chen, Qian Xiao, Linda Snetselaar, Robert Wallace, Wei Bao. Meal Skipping and Shorter Meal Intervals Are Associated with Increased Risk of All-Cause and Cardiovascular Disease Mortality among US Adults. journal of the academy of nutrition and dietetics, 2022.
  • Chen HJ, Wang YF, Cheskin LJ. Relationship between frequency of eating and cardiovascular disease mortality in US adults: the NHANES III follow-up study. Ann Epidemiol. 2016;26(8):527-533.
  • Hanze Chen, Beidi Zhang, Yusong Ge, Han Shi, Siqi Song, Weishuang Xue, Jinwei Li, Kailei Fu, Xinxin chen, Weiyu Teng, Li Tian. Association between skipping breakfast and risk of cardiovascular disease and all-cause mortality: A meta-analysis. Clinical nutrition 2020.
  • Leidy HJ, Campbell WW. The effect of eating frequency on appetite control and food intake: brief synopsis of controlled feeding studies. J Nutr. 2011;141(1):154-157.
  • Papadopoulos FC, Ekbom A, Brandt L, Ekselius L. Excess mortality,causes of death and prognostic factors in anorexia nervosa. Br J Psychiat. 2009;194(1):10-17.
  • Shuang RongLinda G. SnetselaarGuifeng XuYangbo SunBuyun LiuRobert B. WallaceWei Bao. Association of Skipping Breakfast With Cardiovascular and All-Cause Mortality.Journal of the american college of cardiology, 2019.
  • Zeballos E, Todd JE. The effects of skipping a meal on daily energy intake and diet quality. Public Health Nutr. 2020;23(18):3346-3355.

 

Il Digiuno: Beneficio o Rischio? Dipende da come lo definiamo

Rispondere alla domanda “Il digiuno fa bene o fa male?” non è semplice senza una chiara definizione di cosa si intenda per digiuno.

Termini come digiuno intermittente, alimentazione limitata nel tempo, digiuno a breve o lungo termine e digiuno religioso sono ormai diffusi sia nella letteratura scientifica che nella cultura popolare.

Negli ultimi vent’anni, l’interesse per il digiuno è cresciuto esponenzialmente. Gli scienziati ne studiano gli effetti su salute, invecchiamento e longevità, mentre un numero sempre maggiore di persone cerca di beneficiare dei risultati di queste ricerche. Tuttavia, la mancanza di una terminologia chiara e univoca genera confusione, complicando il confronto tra studi e creando difficoltà anche nella pratica clinica.

Per risolvere questa problematica, un recente studio pubblicato su Cell Metabolism ha presentato il primo consenso internazionale sulla terminologia del digiuno. Il risultato è frutto di un lavoro congiunto tra esperti di tutto il mondo e offre una base comune per comprendere e studiare questa pratica.

Lo Studio e il Metodo

Il consenso è stato raggiunto utilizzando il metodo Delphi, una tecnica strutturata che permette di ottenere accordi tra esperti. Al progetto hanno partecipato 38 specialisti, che attraverso cinque round di sondaggi hanno definito 24 termini chiave legati al digiuno. Tra questi esperti naturalmente è presente anche il Prof. Longo, esperto di fama mondiale che studia tale argomento da oltre trent’anni.

Ecco alcune delle definizioni più rilevanti emerse dal consenso:

  • Digiuno: termine generico che comprende l’astensione volontaria da tutti o alcuni alimenti, con o senza bevande, per motivi religiosi, culturali, preventivi, terapeutici o altri.
  • Digiuno secco: astensione totale da cibi e bevande, inclusa l’acqua.
  • Digiuno liquido: consumo esclusivo di bevande per un periodo definito. Sono ammessi succhi di frutta o verdura, brodi vegetali (fino a 500 kcal al giorno), tisane non zuccherate e acqua, ma sono esclusi i liquidi ultra-processati.
  • Digiuno totale: nessun apporto calorico per un periodo specifico.
  • Digiuno modificato: l’apporto calorico non supera il 25% del fabbisogno giornaliero.
  • Restrizione calorica intermittente: alternanza tra periodi di restrizione calorica e alimentazione libera.
  • Digiuno intermittente: sottocategoria della restrizione calorica intermittente che prevede periodi di digiuno ripetuti, fino a un massimo di 48 ore consecutive.
  • Digiuno breve: durata di 2-3 giorni.
  • Digiuno prolungato: durata di almeno 4 giorni consecutivi.

Il Contributo della Dieta Mima-Digiuno e della Limitazione Oraria dei Pasti

Tra i protocolli discussi, particolare attenzione è stata data ai regimi studiati dal Prof. Valter Longo e che fanno parte della Dieta della Longevità:

  • Dieta mima-digiuno: classificata come un regime speciale, induce effetti metabolici simili al digiuno pur consentendo fino a 1.000 kcal al giorno per 3-7 giorni. 
  • Limitazione Oraria dei Pasti (Time-Restricted Eating, TRE): digiuno che coincide normalmente con le ore notturne, senza restrizioni caloriche durante le ore di alimentazione. Per essere considerato TRE, il digiuno deve durare almeno 14 ore al giorno, anche se per molte persone 12 ore possono essere già sufficienti. Molti, ad esempio, lo praticano già, semplicemente cenando presto (esempio: si finisce di fare cena alle 20:30 e si fa colazione alle 8:30). Questa tipologia di digiuno in particolare, così come le altre, deve essere personalizzata a seconda delle caratteristiche individuali e cliniche di ciascuno.

Implicazioni e prospettive future

L’unificazione della terminologia sul digiuno rappresenta un traguardo fondamentale per la standardizzazione della ricerca scientifica e della pratica clinica. Grazie a queste definizioni, sarà possibile confrontare meglio i risultati degli studi e promuovere ulteriori ricerche di alta qualità.

Il consenso prevede una revisione delle definizioni entro cinque anni, garantendo che rimangano aggiornate con le scoperte scientifiche e le esigenze cliniche. 

Il consenso prevede una revisione delle definizioni entro cinque anni, garantendo che rimangano aggiornate con le scoperte scientifiche e le esigenze cliniche.

Conclusioni

Il digiuno è una pratica antica, oggi riscoperta e al centro di un crescente interesse scientifico. La chiarezza terminologica non è solo una questione accademica, ma un passo cruciale per sfruttare al meglio il potenziale del digiuno nella prevenzione e nel trattamento delle malattie croniche, oltre che per migliorare la salute generale.

Grazie a questo consenso, ricercatori e medici dispongono ora di una base comune per esplorare e applicare con maggiore efficacia questa affascinante strategia alimentare.

Referenza: https://www.cell.com/cell-metabolism/fulltext/S1550-4131(24)00269-9 

Come ridurre l’età biologica e diminuire il rischio di sviluppare malattie croniche?

La nuova pubblicazione scientifica su Nature Communications svela quale forma di digiuno rende possibile questi risultati.

“Questo è il primo studio a mostrare che un intervento basato sul cibo che non richiede cambiamenti dietetici cronici o altri cambiamenti dello stile di vita può rendere le persone biologicamente più giovani.” Con questa dichiarazione il Professor Valter Longo riassume il messaggio principale di una nuova pubblicazione scientifica su Nature Communications (https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/38378685/).

Lo studio si basa sull’analisi di partecipanti a due diversi studi clinici, che hanno effettuato tre cicli di dieta mima-digiuno di 5 giorni. I ricercatori hanno scoperto che le persone che hanno seguito la dieta mima-digiuno hanno avuto come risultato una riduzione della loro età biologica e minor rischio di sviluppare una malattia legata all’avanzare dell’età come cancro, diabete e malattie cardiache.

I partecipanti erano quindi più sani e risultavano più giovani, di circa 2,5 anni.

In che cosa consiste lo studio

La dieta mima-digiuno, sviluppata presso la USC Leonard Davis School of Gerontology in California, USA, è una dieta innovativa progettata per simulare gli effetti del digiuno a sola acqua, fornendo comunque tutti i nutrienti essenziali. Il protocollo, clinicamente testato, consiste in un regime alimentare ipocalorico di cinque giorni ricco di grassi insaturi “salutari” e basso contenuto di proteine e carboidrati semplici. 

Meno malattie, grazie ai cicli digiuno e rialimentazione

Lo studio sottolinea, inoltre, come le strategie di intervento sui processi di invecchiamento dovrebbero iniziare precocemente nell’età adulta per mitigare efficacemente i danni cellulari e molecolari che si accumulano con il passare del tempo. Alternare i cicli di dieta mima-digiuno a periodi di rialimentazione nel lungo periodo facilita l’eliminazione delle componenti cellulari danneggiate e permette la rigenerazione cellulare, contrastando di fatto il deterioramento legato all’età.

La diminuzione dell’età biologica, quando si fanno 3 cicli di dieta mima-digiuno all’anno, tra i 50 e i 70 anni di età può arrivare a 11 anni in meno. 

Ricerche precedenti del Professor Longo hanno indicato che brevi cicli periodici di dieta mima-digiuno possono promuovere diversi benefici sul metabolismo. In particolare, un’ottimizzazione dei valori di colesterolo, pressione arteriosa, trigliceridi, glicemia, infiammazione e IGF-1 (un fattore di crescita insulino simile, che può essere considerato come un fattore di rischio per malattie oncologiche). Inoltre, sono soprattutto i partecipanti con valori iniziali elevati dei fattori di rischio quelli a sperimentare miglioramenti più pronunciati dopo l’intervento della dieta mima-digiuno, sottolineando il suo potenziale come approccio terapeutico personalizzato.

Il miglioramento di questi parametri permette di contrastare la sindrome metabolica, una condizione diffusa legata alla presenza di altre malattie e alla mortalità cardiovascolare.

I nuovi risultati, pubblicati sulla rivista Nature Communications, hanno rivelato che coloro che facevano parte del gruppo dieta mima-digiuno avevano minor grasso addominale ed epatico, un indicatore chiave della salute metabolica. I partecipanti mostravano anche un minor rischio di diabete, con, in particolare, una minore resistenza insulinica e livelli ridotti di emoglobina glicata (marcatori cruciali nel controllo del diabete).

Il nuovo studio conferma quindi come l’ottimizzazione di questi parametri abbassi il rischio di sviluppare le principali malattie croniche non trasmissibili come diabete, cancro, malattie cardiovascolari e malattie neurodegenerative, come l’Alzheimer.

Ringiovanimento del sistema immunitario

A tutto ciò si aggiunge anche un aumento del rapporto linfociti-mieloidi, indicatore di un sistema immunitario più giovane. Un aumento del rapporto linfociti-mieloidi indica, infatti, che nel sistema immunitario ci sono più linfociti, globuli bianchi che svolgono un ruolo cruciale nell’immunità adattativa, rispetto alle cellule mieloidi, coinvolte nell’immunità innata. Questo incremento viene interpretato come segno di un sistema immunitario più giovane o attivo. Poiché i linfociti sono associati a risposte immunitarie specifiche e mirate, un maggior rapporto suggerisce una maggiore efficienza del sistema immunitario nel rispondere alle sfide esterne.

La dieta mima-digiuno, leggendo dunque i dati pubblicati da tale innovativa ricerca scientifica, sembra esercitare effetti positivi sul profilo immunitario, con prove che suggeriscono impatti ringiovanenti sul sistema immunitario, simili a quanto osservato negli studi sugli animali.

Spesso, infatti, l’invecchiamento è accompagnato dall’immunosenescenza, caratterizzata da produzione e funzione alterate delle cellule immunitarie, che portano a una maggiore suscettibilità alle malattie. 

I risultati del nuovo studio sembrano essere indipendenti dalla perdita di peso, che viene ottenuta con la restrizione calorica. L’effetto non è quindi secondario alla perdita di peso, ma specifico di questo protocollo.

In conclusione, le prove accumulate sembrano supportare il ruolo della dieta mima-digiuno come intervento promettente per promuovere l’estensione della salute e mitigare il declino della salute legato all’età. Ulteriori ricerche e studi longitudinali sono necessarie per chiarire gli effetti a lungo termine e ottimizzare l’implementazione di detto regime per strategie personalizzate di gestione della salute.

Come mangiare tra un ciclo di digiuno e l’altro?

Anche l’alimentazione di tutti i giorni, nel suo complesso, influisce sulla salute a lungo termine. Studi sull’invecchiamento e la nutrizione in organismi semplici, roditori, scimmie e esseri umani hanno permesso di collegare la longevità a vie metaboliche e di crescita conservate per delineare il loro ruolo nell’invecchiamento e nelle malattie legate all’età. Una strategia nutrizionale praticabile ed efficace nel ritardare l’invecchiamento e/o prevenire le malattie è la “Dieta della Longevità”. Le caratteristiche si basano sull’analisi di studi scientifici ma anche sulle abitudini dei centenari sani. La personalizzazione della dieta della longevità, che comprende anche la dieta mima-digiuno , è cruciale nell’ottimizzazione della durata della vita e la salute. È importante, per qualsiasi forma di digiuno, essere seguiti da un professionista esperto nell’applicazione di tali protocolli, visti gli alti rischi del fai da te. Per valutare strategie personalizzate, i nutrizionisti dell’European Longevity Institute della Fondazione Valter Longo ETS, formati dal Professor Valter Longo, sono disponibili all’email [email protected] .

Digiuno intermittente: cos’è, come funziona – ed è adatto a te?

Dalla dieta 5:2 alle 36 ore di astinenza di Rishi Sunak, l’IF (Intermittent Fasting- il digiuno intermittente) è decollato, promettendo di renderti più in forma, più intelligente e persino più giovane. Cosa dicono gli esperti?

Articolo di Amy Fleming, tradotto dalla Fondazione Valter Longo per il pubblico italiano in linea con i suoi scopi di divulgazione scientifica per offrire a tutti gli strumenti per vivere a lungo e in salute.

Fino alla sua recente affermazione come mania salutistica, il digiuno era in gran parte un rituale religioso. Poi gli scienziati della longevità hanno scoperto che i corpi che digiunavano regolarmente vivevano più a lungo, con una migliore salute metabolica e cardiovascolare. Certo, questi corpi appartenevano per lo più a topi, ma ora Rishi Sunak, Elon Musk e molti altri stanno provando il digiuno intermittente (IF – Intermittent Fasting), accompagnati da influencer che ne cantano le lodi e app che si offrono di monitorare quando digiuni e inondarti di messaggi motivazionali.

La prima versione del digiuno intermittente, che ha raggiunto una certa fama, è stata la dieta 5:2, resa popolare da Michael Mosley nel 2012, che prevede la riduzione delle calorie giornaliere a 500 o 600 (a seconda del sesso biologico) in due giorni non consecutivi ogni settimana. Ora sta prendendo piede un regime meno drastico: mangiare in un arco di tempo limitato, in base al quale si prolunga semplicemente il digiuno notturno ad almeno 12 ore. Ciò può significare qualsiasi cosa, dall’evitare gli spuntini dopo una cena anticipata, fino alla versione 16:8, ovvero concentrare tutto il consumo di cibo in otto ore.

La logica è che, quando eravamo cacciatori-raccoglitori e i nostri sistemi corporei si evolvevano per funzionare in equilibrio, l’assenza di supermercati e di cibo prodotto industrialmente significava che il digiuno a volte avveniva in modo naturale. Si ritiene che lo stile di vita di digiuno intermittente possa aiutarci a ripristinare questi sistemi, a evitare le malattie e a vivere più a lungo.

Ma è davvero così semplice? Abbiamo chiesto a una dietologa e a due scienziati che lavorano in questo ambito.

Il digiuno intermittente può davvero cambiare la vita?
Valter Longo, biologo della University of Southern California, studia da circa 30 anni la longevità e gli effetti del digiuno sugli organismi, dai lieviti agli esseri umani. Ha dimostrato che il digiuno può invertire il diabete e aumentare l’efficacia della terapia contro il cancro (anche se sono necessarie ulteriori ricerche in questo ambito). Ma cosa si può dire delle persone preoccupate, delle persone di mezza età che cercano una vecchiaia sana? “Può fare una grande differenza, ma dipende da come lo si fa”, dice.

Ioannis Nezis, professore di biologia cellulare all’Università di Warwick, studia gli effetti cellulari del digiuno. Dice che la risposta è un sì deciso. “La mia ricerca si concentra su come il digiuno attiva un meccanismo chiamato autofagia, che è responsabile del riciclaggio delle proteine danneggiate all’interno delle cellule”, afferma. “Questo è vantaggioso perché le cellule sono pulite e funzionano meglio.”

Dal punto di vista della salute pubblica, Aisling Pigott, dietologa e portavoce della British Dietetic Association, è meno sicura. Sebbene il potenziale sia entusiasmante, afferma, “è solo un’altra idea o dieta confezionata in un formato leggermente diverso. È un altro metodo o strumento per limitare le calorie, ma non sarà una risposta magica”. Ogni giorno è testimone del rapporto unico e complesso che molte persone che convivono con l’obesità, o che vogliono cambiare la forma o dimensione del loro corpo, hanno con il cibo e “che rendono il digiuno non la soluzione migliore”.

Cosa fa al metabolismo?
Il digiuno sembra aumentare la capacità del corpo di digerire e assumere nutrienti dal cibo, senza picchi di zucchero nel sangue, grassi nel sangue, infiammazioni e insulina. “Il metabolismo cambia perché il tuo corpo inizia a utilizzare i depositi di grasso che hai per produrre energia”, afferma Nezis. Nel frattempo, quando l’intestino non digerisce il cibo, l’importantissimo microbioma si rinnova, che comporta una proliferazione di batteri buoni, con conseguenti miglioramenti nella digestione, nella funzione immunitaria, nell’umore, nella pressione sanguigna e altro ancora.

Dovrebbero farlo tutti?

No. Il digiuno non è salutare per tutti, soprattutto per i bambini e per coloro che sono in stato interessante o che soffrono di disturbi alimentari. “Devi essere un adulto ed è importante chiedere prima al tuo medico di famiglia”, dice Nezis. Molte condizioni mediche potrebbero rendere rischioso il digiuno, dice, tra cui la bassa pressione sanguigna, l’anemia, l’essere immunocompromessi e avere problemi allo stomaco, all’intestino o alla cistifellea. Quando mangiamo, la nostra cistifellea scarica la bile nel tratto digestivo; quando digiuniamo, trattiene la bile all’interno per lunghi periodi. “Può concentrarsi e creare ‘fango nella cistifellea’ o calcoli biliari, che possono bloccare il dotto biliare e causare problemi al fegato o al pancreas.” Nel caso di storia familiare di calcoli biliari, si potrebbe essere più suscettibili.

Può causare disturbi alimentari?
“L’ipervigilanza riguardo al peso, o regole molto rigide sugli alimenti, non sono appropriate per le persone con una storia di disturbi alimentari”, afferma Pigott. Inoltre, è stato dimostrato che l’uso di un linguaggio restrittivo in relazione al cibo è “correlato al rischio di obesità”.

Più in generale, dice, l’attenzione sulla scienza dietro il digiuno “ci allontana ulteriormente dalle persone che si fidano del proprio corpo. Vogliamo ancora che qualcun altro ci dia la risposta magica, intralciando i messaggi di base su come nutrire e alimentare i nostri corpi. La dietologa è anche a conoscenza di persone che tentano un’alimentazione restrittiva in famiglie con bambini piccoli, in particolare “del tipo di messaggio che questo invierà loro, in un mondo in cui abbiamo visto esplodere i disturbi alimentari negli ultimi tre o quattro anni”.

Nezis dice che c’è sicuramente il rischio di lasciarsi prendere la mano: “A volte, le persone iniziano con un digiuno di 16 ore e poi dicono: ‘OK, proviamo 24 ore, poi 48…’. Diventano ossessionati. Le persone dovrebbero stare attente”.

Quale routine si dovrebbe scegliere?
Non ci sono dati a lungo termine sul digiuno intermittente, quindi molto dipende dalle opinioni e da ciò che funziona per ciascun individuo. Ma tutti concordano sul fatto che chiudere l’arco temporale in cui si mangia qualche ora prima del sonno aiuterà a dormire profondamente. Detto questo, anche se una cena anticipata può funzionare per molti, Pigott afferma: “In alcune culture, il pasto in famiglia è alle 22:00, quindi dobbiamo adattarci allo stile di vita di tutti”.

Nezis ritiene che un digiuno 16:8, che generalmente significa saltare la colazione, offra tutti i vantaggi. Pensa che si possa tranquillamente digiunare fino a 20 ore, se ci si trova bene, ma le 36 ore settimanali di Sunak sono “piuttosto tante”.

Longo, d’altro canto, raccomanda solo digiuni giornalieri di 12 o 13 ore, perché non abbiamo prove della sicurezza a lungo termine. “Saltare la colazione è associato a una vita più breve, a più malattie cardiovascolari e a molti altri problemi”, afferma. “Solo perché stai mangiando per un arco di tempo limitato, non significa che ti faccia bene.” Per quanto riguarda i calcoli biliari, dice, uno studio epidemiologico del 1991 ha scoperto che le donne che digiunavano più di 14 ore al giorno avevano il doppio delle probabilità di aver bisogno di un intervento chirurgico ad essi correlato: “Alcuni dei grandi ospedali addirittura hanno il digiuno prolungato come fattore di rischio per i calcoli biliari.”

Nezis dice che parte di questo rischio viene evitato se si interrompe il digiuno con un piccolo pasto. “Un pasto molto abbondante spingerà la cistifellea a funzionare molto duramente: questo non va bene. Quando si digiuna, bisogna avere equilibrio in tutto ciò che si fa.”

Quali fasi attraversa un corpo a digiuno?
Le app e i guru del digiuno intermittente spesso elencano quante ore o giorni sono necessari per ottenere vari benefici, come l’autofagia e la chetosi, con cui si converte il grasso in energia. Ma quando si parla con gli scienziati che studiano queste cose, è meno facile attirarli. “La maggior parte delle informazioni che abbiamo sul digiuno e sull’attivazione dell’autofagia si basano su modelli animali”, afferma Nezis. Inoltre, siamo tutti fisiologicamente diversi e anche a livello comportamentale. “Siamo di dimensioni diverse; dipende dall’età.”

Si ritiene che l’autofagia non entri completamente in azione prima di circa due o tre giorni di digiuno. Nezis non lo contesta. “Tuttavia, si ritiene che il digiuno quotidiano 16:8 o 18:6 per un periodo prolungato attivi l’autofagia probabilmente in modo cumulativo”, afferma. “Nel complesso, sono necessari ulteriori studi sugli esseri umani per avere un quadro chiaro”.

Inoltre, dice, concentrarsi su ciò che accade ora per ora non coglie il punto. “Si possono vedere gli effetti del digiuno intermittente sulla salute generale dopo due o tre mesi. Se si fa un esame del sangue di tanto in tanto e poi un altro dopo tre mesi di digiuno intermittente, tutti i parametri del sangue saranno migliori: colesterolo, zucchero, tutto.”

Detto questo, dopo circa 16 ore, dice Pigott, “il corpo produrrà ‘chetoni da fame’, quindi inizierà a scomporre le riserve di grasso e muscoli. Ma ognuno è diverso. Dal punto di vista medico, la modalità di fame non significa morire di fame. Tuttavia, spiega, spesso può “portare a una sorta di perdita di liquidi che può causare una perdita di peso a breve termine. Come ogni cosa, se qualcosa è una soluzione a breve termine, non appena si smette di farlo, si vedrà un recupero di peso.”

Come Nezis, Longo pensa che fissarsi su tempi e funzioni precise sia inutile. “L’autofagia è solo una di quelle cose che accadono. Potrebbe accadere in una cella, potrebbe non accadere. È uno dei tanti meccanismi di riparazione cellulare”. In ogni caso, il digiuno non è l’unico modo per accelerare questo processo naturale. Anche l’esercizio fisico può indurlo.

Come iniziare?
Piano piano è meglio, dice Longo. Non essere tentato di andare all-in per una vittoria veloce. “Ci vogliono due anni per riportare le persone in uno stato di salute”, dice Longo delle sue cliniche. “Sono diabetici [di tipo 2] e soffrono di malattie cardiovascolari e ipertensione. Prendi tempo, ottieni alcuni piccoli benefici metabolici, la resistenza all’insulina migliorerà e alla fine i piccoli benefici diventeranno grandi benefici. L’importante è rimanere costanti”.

È corretto consumare le calorie abituali durante l’arco di tempo in cui si mangia?
Non c’è dubbio che se si assumono meno calorie come sottoprodotto del digiuno intermittente, si possono ottenere benefici anche solo da questo. Le diete ipocaloriche prolungano la durata della vita e migliorano la salute cardiovascolare, la funzione cerebrale, la salute mentale e il sistema immunitario. “Ciò è verificato al 100% nei modelli animali e possiamo vederlo in diverse regioni del mondo dove le persone assumono meno calorie e vivono più di 100 anni”, afferma Nezis.

Secondo gli studi di Longo, probabilmente si perderà peso con il digiuno anche se complessivamente si avrà lo stesso apporto calorico. Ma dice anche: “Non penso che la gente debba contare le calorie – è inutile. Penso che le persone dovrebbero chiedersi: ho ricevuto il giusto nutrimento?” Il digiuno non dovrebbe mai essere visto come un modo per permettersi di abbuffarsi di cibo spazzatura per il resto del tempo. “Ciò mette in una situazione potenzialmente pericolosa, soprattutto se si salta la colazione. Vent’anni dopo, potrebbe rivelarsi un disastro”.

È corretto fare attività fisica quando si è a digiuno?
Un altro argomento dibattuto. Pigott invita alla cautela se si estende il digiuno notturno fino all’ora di pranzo del giorno successivo: “Si stanno davvero limitando il numero di ore in cui poter dare al proprio corpo cibi nutrienti. Se si aggiunge l’esercizio fisico al mix, si allunga il periodo in cui non si stanno rifornendo i muscoli.” Longo ritiene che una corsa vada bene dopo circa 13 ore di digiuno, purché ci si senta bene e si assuma un po’ di proteine subito dopo. “Finché si riesce a sostenere quella corsa e non si diventa ipoglicemici, non c’è motivo per cui non poterlo fare. Bisogna solo far attenzione e non iniziare improvvisamente a correre 10 km se non si ha cenato.”

Invecchiando, perdiamo massa muscolare, quindi è necessario prestare maggiore attenzione quando si invecchia. “È importante avere una fonte di proteine nella dieta per poter mantenere i muscoli”, afferma Nezis. Ma, come lui stesso sottolinea, lo spreco muscolare viene mitigato anche dall’esercizio fisico.

Qualche consiglio per affrontare i morsi della fame?
Nezis consiglia di aggiungere un po’ di sapore all’acqua – “succo di limone, o pezzi di arancia o cetriolo, per renderla gustosa. Nel complesso, bere acqua darà un senso di sazietà”.

E gli sbalzi d’umore?
“Bisogna provare a fare attività che fanno sentire bene”, dice Nezis. “Se si hanno sbalzi d’umore perché si vuole mangiare del cioccolato, allora bisogna fare qualcos’altro che dia piacere, come guardare un film o ascoltare musica.”

Il digiuno può davvero aumentare la potenza del proprio cervello?
Come afferma Nezis, il miglioramento della funzione cerebrale generalmente si accompagna a una migliore salute sistemica: “Quando si hanno cellule che hanno tassi metabolici migliori e componenti meno danneggiati, funzionano meglio, il che è particolarmente importante per i neuroni”. Questo perché nasciamo con la maggior parte dei nostri neuroni e difficilmente ne produciamo di più una volta passata l’infanzia.

Longo, nel frattempo, ha dati sui topi che indicano miglioramenti nell’apprendimento e nella memoria dopo il digiuno, quindi dice: “Probabilmente sì, soprattutto se ora si dorme meglio e se il metabolismo è migliore. Va tenuto presente che il diabete quasi raddoppia il rischio di malattia di Alzheimer”. Aggiunge che – sempre nei topi – il digiuno, o una dieta mima-digiuno, può avere un effetto anche sulle malattie neurodegenerative.

Tutto questo renderà più giovane?
Vediamola in questo modo, dice Nezis: “Quando la salute generale è migliore, si vive più a lungo, vivi una vita migliore e ci si sente più giovane”.

 

*Questo articolo è stato modificato il 12 febbraio 2024 per chiarire che Valter Longo si riferiva al trattamento dei pazienti diabetici di tipo 2 nei suoi ambulatori.