EFFETTO DELLA DIETA SUL CANCRO ALL’INTESTINO

Il tumore al colon-retto rappresenta il terzo tipo di tumore più comune in Inghilterra, con circa 23mila diagnosi all’anno. Un eccessivo consumo di carne rossa, tra le principali cause. Uno nuovo studio, condotto presso la University of Oxford (Regno unito), mette all’erta dimostrando che anche un modesto apporto di carne rossa può aumentare il rischio di incidenza di tumore all’intestino. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su International Journal of Edidemiology (giugno 2019).

ANCHE POCA CARNE ROSSA AUMENTA L’INCIDENZA DEL 20%
In precedenza, sono già stati condotti numerosi studi scientifici sull’associazione dello sviluppo di cancro all’intestino e il consumo di carne rossa. Indagini afferite principalmente a diete relative agli anni ’90 e antecedenti. Il nuovo studio di Oxford (finanziato in parte dalla Cancer Research UK) fornisce dati aggiornati e mette luce, con una visione più attuale, la pericolosità del consumo di carne rossa ai nostri giorni.

Lo studio ha monitorato, per una media di 5,7 anni (dal 2006 al 2010) un campione di quasi 500mila individui di entrambe i sessi, con età compresa tra 40 e 69 anni. Ai partecipanti sono stati fatti compilare questionari sulla frequenza in cui consumavano carne rossa, trasformata e non. I risultati hanno indicato che anche piccole quantità di carne (che sia roast beef, agnello, prosciutto, pancetta o altro) consumata ogni giorno, può aumentare la possibilità di sviluppare un tumore all’intestino del 20%. Ovvero, delle 475.581 persone che hanno partecipato allo studio, ben 2609 hanno sviluppato un cancro al colon.

FIBRE E CEREALI DIMINUISCONO I RISCHI PER CANCRO ALL’INTESTINO
L’analisi dei dati ha rivelato che i soggetti che hanno riferito un consumo medio di 76 grammi al giorno di carne, rossa e trasformata, hanno riportato un aumento del rischio per il carcinoma del colon-retto maggiore del 20%, rispetto a chi invece ha dichiarato di consumare 21 grammi al giorno. In particolare, per quanto riguarda solo la carne trasformata, il rischio di tumore all’intestino è risultato maggiore del 19% negli individui che hanno consumato in media 29 grammi al giorno, rispetto che chi ne mangiava solo 5 grammi al giorno. Per le carni rosse non trasformate, poi, il rischio è risultato maggiore del 15% in chi ne assumeva 54 grammi al giorno, rispetto invece a chi ne mangiava solo 8 grammi al giorno.

Un dato interessante poi, si riferisce all’assunzione di fibre, da pane e cereali per la colazione. In questo caso, i partecipanti hanno avuto un rischio ridotto di tumore al colon-retto del 14%. Mentre il consumo di alcool (per un’assunzione superiore a 10 grammi al giorno) è stato associato a un rischio maggiore dell’8%. Pesce, pollame, formaggio, frutta, verdura, tè e caffè, invece, non sono stati associati al rischio di cancro all’intestino. L’indicazione è di ridurre al minimo l’assunzione di carne rossa e lavorata, a non oltre le due volte a settimana. Per alcuni esperti, ottimo eliminare totalmente la carne rossa dalle nostre tavole.

FONTI
Kathryn E Bradbury, Neil Murphy, Timothy J Key- Diet and colorectal cancer in UK Biobank: a prospective study – International Journal of Epidemiology (April 2019)

CIBI INDUSTRIALI E RISCHIO DI MORTE PREMATURA

I cibi industriali, non solo ci fanno ingrassare, ma aumentano il rischio di morte prematura per diverse cause. Lo dimostrano alcuni nuovi studi di recente pubblicazione su riviste di riferimento per il mondo scientifico. Prodotti industriali, confezionati, dolciumi, snack, bibite gassate e piatti pronti non fanno bene alla nostra salute e la compromettono fino a farci ammalare. I cibi ultra-processati, infatti, sono ricchi di zuccheri, sale, grassi saturi, additivi, conservanti e coloranti, ma sono carenti di vitamine, minerali e fibre.

LE CONFERME DAI NUOVI STUDI
Il primo studio riguarda una ricerca francese condotta presso l’Universitè Paris 13, i cui risultati sono stati pubblicati su Jama Internal Medicine (febbraio 2019). L’indagine fa parte di uno studio più ampio chiamato NutriNet-Santé. In questo caso, sono stati coinvolti 44mila individui, con età superiore ai 45 anni, monitorati per circa 7 anni (dal 2009 al 2017). Ogni 6 mesi, ai partecipanti, sono stati proposti sondaggi da compilare online. Le domande vertevano su quanto della loro dieta provenisse da cibi ultra-processati. I risultati attestano che un aumento del 10% del consumo di alimenti industriali è associato a un aumento del 10% nella probabilità di morte prematura (soprattutto per cancro e malattie cardio-vascolari).

Una conferma arriva da un’ulteriore indagine condotta in Francia, sempre nell’ambito dello studio NutriNet-Santé. I risultati, pubblicati su British Medical Journal (maggio 2019), evidenziano il legame tra consumo di cibi ultra-processati e aumento del rischio di malattie cardio-vascolari e morte prematura. In questo caso, sono stati analizzati i dati di 105mila persone (79% donne e 21% uomini) di nazionalità francese, di età media di 43 anni. I partecipanti hanno compilato 6 questionari riguardo le loro abitudini alimentari, mentre le percentuali di incidenza delle malattie (patologie cardio-vascolari, coronaropatie, malattie cerebro-vascolari) sono state misurate nell’arco di 10 anni (dal 2009 al 2018). Anche in questo caso, un aumento del 10% nel consumo di alimenti ultra-processati ha comportato tassi più elevati nelle patologie considerate, rispettivamente: 12% cardio-vascolari, 13% coronaropatie e 11% malattie cerebro-vascolari.

Anche i risultati dello studio Seguimento dell’Universidad de Navarra, in Spagna, pubblicati su British Medical Journal (maggio 2019) evidenziano che il consumo di cibo ultra-processato aumenta il rischio di morte per tutte le cause. In questa indagine, sono stati analizzati i dati di 19mila adulti spagnoli, con età media di 38 anni, divisi in due gruppi: il primo ha consumato 4 porzioni al giorno di alimenti industriali, il secondo gruppo ne consumava meno di due porzioni al giorno. In tal caso, il rischio di mortalità aumenta del 62%.

QUALI SONO I PROVVENIMENTI DA PRENDERE
Con questi studi, i ricercatori vogliono portare l’attenzione sull’importanza di seguire una dieta sana, fatta di alimenti freschi, evitando il più possibile i prodotti industriali. L’ideale, poi, sarebbe che venissero attuate delle direttive a livello politico. In attesa di nuovi studi che vadano a indagare la relazione di causa-effetto tra consumo di cibi ultra-processati, rischio di malattie e mortalità; come pure sono necessarie ulteriori ricerche per indagare sugli effetti fisiologici degli alimenti industriali. L’ipotesi è che le caratteristiche fisico-chimiche di questi cibi alterino il microbioma intestinale, causando uno squilibrio del metabolismo energetico.

FONTI
Laure Schnabel, MD, Emmanuelle Kesse-Guyot, Benjamin Allès et Al. – Association Between Ultraprocessed Food Consumption and Risk of Mortality Among Middle-aged Adults in France – JAMA International Medicine – (February 2019)
Bernard Srour et Al. – Ultra-processed food intake and risk of cardiovascular disease: prospective cohort study (NutriNet-Santé) – British Medical Journal (May 2019)
Rico-Campà A. et Al. – Association between consumption of ultra-processed foods and all cause mortality: SUN prospective cohort study – British Medical Journal (May 2019)
Étude NutriNet-Santé – L’étude NutriNet-Santé

QUANTE TAZZINE DI CAFFÈ POSSIAMO BERE AL GIORNO?

Il caffè è spesso oggetto di numerose ricerche scientifiche. Bevanda a base di caffeina, consumata in tutto il mondo e tanto amata in Italia, per il tradizionale “rito della moka” a colazione oppure dopo pranzo, da bere in compagnia o al bar come break dall’effetto energizzante. Quanto caffè si può consumare al giorno? Un nuovo studio della University of South Australia ha stabilito quale sia la quantità di caffè da poter bere al giorno, oltre la quale troppo può nuocere alla nostra salute, soprattutto al cuore. Secondo i risultati della nuova indagine, infatti, assumere 6 o più tazzine di caffè espresso ogni giorno, può aumentare il rischio cardiovascolare. I risultati sono pubblicati su The American Journal of Clinical Nutrition (marzo 2019).

UN CONSUMO MODERATO DI CAFFÈ APPORTA BENEFICI PER LA SALUTE
L’indagine portata avanti dai ricercatori dell’Australian Centre for Precision Health University of South Australia, ha analizzato dati genetici e informazioni sull’assunzione abituale di caffè in un campione di quasi 350mila persone. Dati estrapolati dalla Biobank UK (enorme database riferito a un vasto studio inglese condotto sul lungo termine), inclusi quasi 8,4mila casi di eventi cardio-vascolari, come infarto o ictus.

Dall’analisi statistica dei dati è emerso che il rischio cardio-vascolare (inteso come ipertensione e aumento dell’incidenza di infarto del miocardio) è associato alla quantità di caffè assunta giornalmente. Nello specifico, i ricercatori australiani hanno scoperto che bere 6 o più tazzine di caffè al giorno fa aumentare del 22% il rischio cardio-vascolare (rispetto a chi, invece, ne beve solo una o due). Lo studio porta con sé anche una nuova rivelazione. Ovvero che anche chi non beve per nulla caffè o chi sceglie il decaffeinato presenta un lieve aumento di rischio cardio-vascolare, rispettivamente 11% per chi non lo beve e 7% per chi preferisce decaffeinato. Come spesso accade è un consumo moderato che, invece, porta con sé dei benefici. Infatti, chi beve da uno a due caffè al giorno ha un rischio molto basso, come pure chi ne assume tre o quattro. L’effetto protettivo nel consumo moderato di caffè sta nella presenza di determinate sostanze, composti antiossidanti e antinfiammatori.

5 CAFFÈ AL GIORNO È LA DOSE MASSIMA
In questo studio, i ricercatori hanno anche analizzato i dati riferiti a un particolare gene (CYP1A2) che regola il metabolismo della caffeina (caffeina-GS). Hanno così scoperto che, una mutazione di questo gene è correlata a una capacità quattro volte più elevata di metabolizzare la caffeina. L’analisi incrociata dei dati, però, dimostra che anche in presenza di questa mutazione (che comporta un metabolismo più veloce della caffeina) il rischio cardio-vascolare rimane immutato, senza diminuire nei soggetti portatori del gene CYP1A2.

Da sapere che, nel 2015, l’European Food Safety Authority (EFSA) ha stabilito i limiti per la quantità di caffeina da assumere ogni giorno senza danno alla salute. Si tratta di una dose giornaliera che va dai 200 ai 400 mg, con una quantità limite che corrisponde a un massimo di 5 tazzine di caffè espresso al giorno.

BIBITE ZUCCHERATE E TUMORI: IL RISCHIO AUMENTA PROGRESSIVAMENTE

Sugar Drinks

Sono numerose le evidenze scientifiche che associano un eccessivo consumo di bibite zuccherate all’insorgere di patologie come obesità e diabete. Una nuova indagine collega l’assunzione di bevande dolci con l’aumento del rischio di ammalarsi di tumore. Lo dimostra uno studio condotto presso il Cress (Epidemiology and Statistics Research Center) dell’Université Sorbonne Paris Cité, pubblicato su British Medical Journal (luglio 2019).

LO STUDIO FRANCESE CHE HA ANALIZZATO IL CONSUMO DI BEVANDE
La ricerca francese attesta che anche una piccola quantità di bevande zuccherate consumate ogni giorno potrebbe aumentare il rischio di ammalarsi di tumore. L’indagine ha monitorato per cinque anni consecutivi le abitudini alimentari di più di 100mila adulti sani di nazionalità francese (di cui 79% donne e 21% uomini) con un’età media di circa 42 anni. Si tratta di un’indagine inclusa nell’ambito dello studio NutriNet-Santé, svolto dal 2009 al 2018. I partecipanti hanno compilato online due questionari alimentari, ideati per stimare il consumo abituale di alimenti e bevande.

Nello specifico, i ricercatori hanno concentrato l’attenzione sull’associazione tra assunzione di bevande zuccherate e rischio di sviluppare un tumore. Per bibite dolci sono state considerate bevande che contengono più del 5% di zucchero e comprendono: bibite gasate, succhi di frutta senza zuccheri aggiunti, soft drink, bibite energetiche, the e caffè con zucchero, nonché bibite dietetiche con dolcificanti artificiali (per cui però non sono stati trovati collegamenti con l’insorgere di tumori). I consumi di tali bevande, poi, sono stati messi a confronto con cartelle cliniche e dati di assicurazioni sanitarie.

IL RISCHIO AUMENTA PROGRESSIVAMENTE
Dai risultati emerge che, nel periodo di osservazione, sono stati diagnosticati oltre 2mila casi di cancro, di cui al seno (693), seguito da prostata (291) e colon-retto (166). In pratica, ogni mille persone incluse nello studio, 22 si sono ammalate di tumore. L’analisi dimostra che chi ha consumato circa due lattine di bevande zuccherate alla settimana (ovvero circa 100 ml al giorno) rischia 18% in più di ammalarsi di cancro. Inoltre, è stato rilevato che l’incidenza di tumori aumenta in chi beve più di 185 ml di bevande zuccherate al giorno, rispetto a chi invece beve poche bibite dolci (meno di 30 ml al giorno).

Si tratta di uno studio di tipo osservazionale che, però, non collega causa ed effetto. Sono, dunque, necessari ulteriori approfondimenti scientifici per indagare e stabilire il legame causa-effetto. Sembrerebbe, infatti, che una possibile causa sia da individuare negli elevati livelli di zuccheri nel sangue. In ogni caso, bisogna considerare che le persone che consumano abitualmente bibite zuccherate hanno anche abitudini poco salutari (come una dieta sbilanciata e ipercalorica, poca attività fisica, fumo etc.).

Le raccomandazioni degli esperti sono, dunque, sempre quello di avere uno stile di vita sano e seguire un regime alimentare corretto.

FONTI
Eloi Chazelas et Al. – Sugary drink consumption and risk of cancer: results from NutriNet-Santé prospective cohort – British Medical Journal (luglio 2019)

PERCHÉ DORMIRE POCO FA MALE AL CUORE

Woman insomnia

Sono svariati gli studi scientifici che dimostrano l’importanza del riposo notturno. Dormire poco e male, infatti, può compromettere la nostra salute sotto vari punti di vista. Se non si dorme abbastanza, per esempio, aumenta il rischio di infarto e ictus. In passato, la ricerca si era concentrata sui possibili danni al funzionamento del cuore. Un nuovo studio, pubblicato su Experimental Physiology della The Physological Society (aprile 2019), ne spiega il perché.

REGOLATORI FISIOLOGICI DEL SONNO
Un gruppo di ricercatori dell’University of Colorado di Boulder in USA (CU Boulder), guidati da Christopher DeSouza – professore di Fisiologia Integrativa – hanno scoperto le cause. Dai risultati di questa nuova indagine, emerge che gli individui che dormono meno di 7 ore per notte hanno livelli ematici più bassi di tre regolatori fisiologici. In particolare, si tratta di microRNA che influenzano l’espressione dei geni e che hanno un ruolo importante nella salute del sistema vascolare. Piccole molecole (in grado di sopprimere l’espressione genica di specifiche proteine cellulari) sulla cui funzione il mondo scientifico sta ponendo particolare attenzione, anche per quanto riguarda altre malattie, tra cui lo sviluppo di farmaci anti-tumorali.

Gli studiosi hanno analizzato i campioni di sangue prelevati da 24 adulti sani (uomini e donne) di età compresa tra 44 e 62 anni. Ai partecipanti sono stati fatti compilare dei questionari riguardanti le loro abitudini legate al sonno. I ricercatori hanno, così, scoperto che la metà dei partecipanti dormiva dalle 7 alle 8,5 ore a notte, l’altra metà, invece, dormiva da 5 a 6,8 ore ogni notte. Inoltre, sono stati misurati i livelli di nove microRNA, già associati a stato infiammatorio, funzione immunitaria e salute vascolare. I dati hanno evidenziato che chi dorme poco presenta livelli inferiori del 40-60% di miR-125A, miR-126 e miR-146a (molecole in grado di sopprimere proteine infiammatorie), rispetto a chi dorme abbastanza.

Si tratta del primo studio che ha indagato l’impatto che può avere il sonno sui tassi ematici dei microRNA. Uno studio precedente, invece, aveva dimostrato che uomini adulti che dormono meno di 6 ore a notte, presentano disfunzioni nelle cellule endoteliali (le cellule che rivestono i vasi sanguigni). Condizione che non permette una buona dilatazione delle arterie, compromettendo la funzione vascolare.

L’IMPORTANZA DI DORMIRE 8 ORE A NOTTE
Negli Stati Uniti, il 40% della popolazione dorme troppo poco, con una durata media di 6,8 ore a notte; nonostante le indicazioni dell’American Heart Association di dormirne almeno 7-9 ore. Il motivo per cui 7-8 ore è il numero “magico” di ore di sonno non è ancora ben chiaro. L’ipotesi più veritiera è che il numero minimo di sette ore di sonno per notte garantisce di mantenere i giusti livelli di importanti regolatori fisiologici, come i microRNA. I ricercatori del CU Boulder sono già al lavoro nei loro laboratori, con nuove indagini che permettano di determinare se è possibile ripristinare i livelli ematici di microRNA, con i benefici che ne conseguono, grazie al semplice ripristino di sane abitudini legate al sonno con una durata di 7-8 ore.

In ogni caso, utilizzando i livelli ematici di microRNA, come marker di patologie cardio-vascolari, è possibile individuare i fattori di rischio in pazienti che dormono poco, grazie all’impiego di test non-invasivi, che comportano un semplice prelievo di sangue, al posto dei metodi invasivi usati attualmente. Un nuovo meccanismo di indagine attraverso cui capire come il sonno influenza fisiologia generale e salute del cuore.

FONTI
Christopher DeSouza, Jamie G. Hijmans et Al. – Insufficient sleep is associated with a pro‐atherogenic circulating microRNA signature – Experimental Physiology (April 2019)
Why lack of sleep is bad for your heart | CU Boulder Today | University of Colorado Boulder

PROPRIETÀ E FONTI DI FOLATI

I folati sono la forma naturale della vitamina B9 presente negli alimenti. La sua forma ossidata, invece, è l’acido folico (acido monopteroiglutammico), molecola di sintesi contenuta negli integratori vitaminici e addizionata nei cibi arricchiti. La vitamina B9 è un composto idrosolubile molto importante per l’organismo umano, poiché partecipa a svariati processi fisiologici essenziali

A COSA SERVONO I FOLATI
I folati sono fondamentali per il nostro benessere sotto vari aspetti. La vitamina B9, per esempio, interviene nella sintesi di DNA e nella riparazione dei cromosomi; come pure partecipa alla sintesi di alcune proteine, tra cui l’emoglobina (e quindi indispensabile per la formazione dei globuli rossi). Inoltre, è indispensabile per la rigenerazione cellulare ed è importante anche per la salute delle mucose.

La vitamina B9 è essenziale per proliferazione e differenziazione dei tessuti, in particolare quelli embrionali. Ecco perché l’acido folico è indispensabile in caso di gravidanza. Soprattutto per la prevenzione di malformazioni congenite, come quella del tubo neuronale che senza vitamina B9 non si chiude (generando spina bifida, anencefalia, encefalocele etc.). Come pure durante l’allattamento, è necessario reintegrare i folati persi attraverso il latte. In genere, i medici, consigliano un’integrazione mirata di vitamina B9, a partire da un mese prima del concepimento fino al terzo mese di gravidanza.

La vitamina B9, inoltre, è utile nel prevenire altre problematiche di salute. Grazie alla sinergia con la vitamina B12, per esempio, agisce nel ridurre i livelli di omocisteina nel sangue, amminoacido i cui valori alti sono correlati al rischio di malattie cardio-vascolari, infarto e ictus. Infine, la vitamina B9 è importante anche per il buon funzionamento del sistema nervoso e l’efficienza dell’apparato riproduttivo.

COSA SUCCEDE IN CASO DI CARENZA DI FOLATI
Il fabbisogno giornaliero va da 0,4 a 0,6 mg al giorno, in base a età, sesso e condizioni. Per le donne che stanno programmando una gravidanza e durante la gestazione, la dose raccomandata è di 0,6 mg al giorno, durante l’allattamento è di 0,5 mg al giorno. Una riduzione dell’assorbimento di folati può essere dovuta dall’assunzione di alcuni farmaci, determinati stati di salute (diabete, celiachia etc.) e abuso di alcol. Se si segue una dieta varia ed equilibrata, si garantisce un introito di folati adeguato per l’organismo umano.

In caso di carenza, possono comparire vari sintomi: debolezza, affaticamento, pallore, anemia, sofferenza delle mucose, formicolii, mal di testa, irritabilità, disturbi neurologici (insonnia, depressione, problemi di memoria etc.). La mancanza di folati durante gravidanza e allattamento, comporta rischi gravi per il feto e il nascituro. In caso di carenza e/o di aumentato fabbisogno di vitamina B9, il medico può prescrivere integratori specifici di acido folico oppure alimenti arricchiti di folati.

IN QUALI ALIMENTI SI TROVANO I FOLATI
I folati si trovano soprattutto nelle verdure a foglia verde (come spinaci, rucola, broccoli, cavoletti di Bruxelles, verza, lattuga, asparagi etc.), ma anche rapa, senape fresca e pomodoro. Contengono folati anche i legumi (soprattutto fagioli dell’occhio e piselli) e i cereali integrali (riso, pasta e pane). Alimenti ricchi di folati sono germe di grano, lievito di birra e frutta secca (mandorle, noci, etc.). Tra la frutta che contiene folati troviamo avocado, papaia, melone, fragole, kiwi, arance e banana. Tra i prodotti di origine animale con un buon contenuto di folati, ci sono carne rossa, soprattutto frattaglie, uova e alcuni formaggi (da consumare occasionalmente e in porzioni limitate), crostacei (granchio) e pesce.

I folati sono composti termolabili (ovvero si degradano alle alte temperature) e idrosulubili (cioè si sciolgono in acqua), per cui è facile perderli durante la cottura degli alimenti per degradazione termica, da un lato, e scioglimento nell’acqua di cottura, dall’altro. La bollitura, dunque, è sconsigliata, poiché si rivela il metodo di cottura peggiore. Ecco perché l’indicazione dei nutrizionisti è di consumare le verdure crude, oppure appena spadellate e, ancor meglio, cotte al vapore (per cui si ha solo una piccola perdita pari al 10-15%), tagliando le verdure a tocchetti o in cimette, per ridurre i tempi di cottura al di sotto dei 10 minuti. Con questi semplici accorgimenti si preservano le proprietà nutrizionali e ci si assicura il massimo apporto di folati.

FONTI
Valter Longo – La dieta della longevità – Vallardi 2016
Valter Longo – Alla tavola della longevità – Vallardi 2017
Vitamine – Informazioni generali – EPICENTRO (data ultimo accesso 20.06.2019)
Vitamine – Studi – EPICENTRO (data ultimo accesso 20.06.2019)
Acido folico e folati – Informazioni generali – EPICENTRO (data ultimo accesso 20.06.2019)
LARN – Livelli di assunzione di riferimento per la popolazione italiana: VITAMINE. Fabbisogno medio (AR): valori su base giornaliera – Società Italiana di Nutrizione Umana-SINU, 2014 (data ultimo accesso 20.06.2019)
Vitamin and Mineral Supplement Fact Sheets – NIH National Institute of Health (data ultimo accesso 20.06.2019)
Folate – NIH National Institute of Health (data ultimo 20.06.2019)

LA SALUTE DEL CERVELLO DIPENDE ANCHE DAL PESO

Fumo, ipertensione, obesità e diabete, classici fattori che influenzano la salute cardio-vascolare, sono anche implicati in cambiamenti delle strutture cerebrali che portano a sviluppare demenze. Lo dimostra uno studio condotto dal Centre for Cognitive Ageing and Cognitive Epidemiology dell’Università di Edimburgo (UK). I risultati della ricerca sono stati pubblicati sull’European Heart Journal.

UN AMPIO STUDIO PER ANALIZZARE DIVERSI FATTORI DI RISCHIO
Sono stati analizzati i dati relativi a quasi 10mila individui, di età compresa tra i 44 e i 79 anni, (arruolati nella UK Biobank – uno dei più ampi campioni di individui di popolazione generale al mondo) sottoposti a risonanza magnetica cerebrale, incrociandole con informazioni generali sulla loro salute e cartelle cliniche. La maggior parte dei partecipanti allo studio proveniva dal nord-ovest del Regno Unito e tutte le immagini della struttura cerebrale dei partecipanti sono state scansionate da un unico scanner presente a Cheadle (Manchester).

I ricercatori hanno cercato di scoprire il legame tra la struttura cerebrale e uno o più fattori di rischio cardio-vascolare (come obesità, diabete, fumo, ipertensione, pressione del polso elevata e colesterolo alto). È emerso che tutti i fattori considerati, eccetto l’ipercolesterolemia, sono stati messi in relazione a problematiche nell’afflusso di sangue al cervello, con una potenziale diminuzione dell’apporto sanguigno e anche a cambiamenti anomali a livello cerebrale osservati nei casi di demenza e morbo di Alzheimer.

MIGLIORARE LE NOSTRE ABITUDINI PER PROTEGGERE IL CERVELLO
Inoltre, più erano i fattori di rischio cardio-vascolare per una singola persona, meno buona era la salute del suo cervello. A tal proposito, gli studiosi hanno rilevato un’evidenza anatomica di riduzione nel volume del cervello a livello della materia grigia (3% in meno) e danni a carico della materia bianca (una volta e mezza meno sana), per chi aveva un rischio cardio-vascolare alto, rispetto a chi lo aveva basso. Aree cerebrali notoriamente collegate alle capacità di pensiero più complesse e che mostrano un deterioramento durante lo sviluppo di demenze e nel morbo di Alzheimer. Gli stessi fattori di rischio per le cardiopatie, poi, sembrano influire allo stesso modo, sia durante la mezza età sia in età avanzata.

Gli esperti fanno presente che ci sono alcuni fattori, quelli genetici, che non possiamo modificare. Mentre su tutti gli altri fattori di rischio legati allo stile di vita, invece, possiamo intervenire attraverso sane abitudini alimentari, unite ad attività fisica, per rallentare l’invecchiamento cognitivo e preservare la salute del cervello. L’intento dei ricercatori è quello di includere nelle analisi anche per persone più anziane, over 79, attraverso risonanze magnetiche cerebrali e test cognitivi già in corso, per comprendere ancor meglio i meccanismi attraverso cui i vari fattori di rischio cardio-vascolare siano correlati alle diverse aree cerebrali.

FONTI

Smoking, high blood pressure, diabetes and obesity each linked to unhealthy brains – European Heart Journal (mar 2019)

CENARE TARDI LA SERA FA INGRASSARE

Ritmi di vita frenetici e impegni quotidiani, portano a cambiare le nostre abitudini, tanto da spostare in avanti anche gli orari dei pasti. Un nuovo studio condotto presso la University of Colorado a Denver (USA) pone l’attenzione sul fatto che, però, mangiare troppo tardi la sera può contribuire a farci accumulare chili di troppo. I risultati della ricerca sono stati presentati a Endo 2019, il congresso internazionale organizzato dalla Endocrine Society, che si svolge ogni anno a New Orleans in Louisiana.

L’ANALISI DI ATTIVITÀ FISICA, RITMI SONNO-VEGLIA E ABITUDINI ALIMENTARI
Altre ricerche, in precedenza, avevano dimostrato che il ritmo di alimentazione e sonno sia in qualche modo legato a condizioni di sovrappeso e obesità, ma non era chiaro se cenare tardi fosse collegato a una durata più breve del riposo notturno oppure direttamente all’accumulo di grasso. Questo nuovo studio pone luce sull’associazione tra cenare in tarda serata e obesità. Per farlo sono stati coinvolti 31 partecipanti, adulti in sovrappeso e obesi, con età media di 36 anni, per la maggior parte donne (90%).

I ricercatori si sono avvalsi di 3 diversi tipi di tecnologie per monitorare attività fisica, ritmi sonno-veglia e abitudini alimentari. Le persone che hanno partecipato allo studio hanno indossato, per una settimana, un dispositivo elettronico sistemato sulla coscia. Tale dispositivo era in grado di misurare il tempo trascorso a svolgere attività fisica oppure lo stato di sedentarietà. Un altro dispositivo, invece, analizzava i ritmi sonno-veglia. Inoltre, ai partecipanti è stato indicato di registrare, su una determinata app creata ad hoc, le informazioni relative alle abitudini alimentari, ovvero pasti e spuntini consumati durante la giornata.

INDICE DI MASSA CORPOREO PIÙ ELEVATO
Dall’analisi dei dati è emerso che, nella media, le persone monitorate hanno assunto cibo nell’arco di 11 ore durante tutta la giornata e hanno dormito circa 7 ore ogni notte. I partecipanti che hanno cenato tardi la sera, sono andati a dormire più tardi rispetto agli altri, ma hanno riposato lo stesso numero di ore di chi aveva cenato presto. Inoltre, il dato significativo è stato che gli individui che mangiavano tardi avevano un Indice di Massa Corporea più alto (segnale di sovrappeso e obesità), nonché presentavano anche una maggiore quantità di grasso corporeo.

L’intento dei ricercatori è di capire se anticipando l’orario del pasto serale è anche possibile ridurre l’accumulo di grasso in eccesso, scongiurando il rischio di sovrappeso e obesità. Altre ricerche, poi, sono volte allo studio di limitare la finestra temporale dell’assunzione dei pasti, sempre nell’ottica di evitare di ingrassare e accumulare chili di troppo, che possono portare a problemi di tipo metabolico.

FONTI
Ise – International Society of Endocrinology – ENDO 2019
Endocrine Society – Clinical Practice Guidelines – Evidence-Based Resources for Care

PERCHÉ L’OBESITÀ AUMENTA IL RISCHIO DI CANCRO

Una nuova ricerca svela in che modo l’obesità può aumentare il rischio di sviluppare un tumore. A spiegarlo sono i ricercatori del City of Hope National Medical Center in California, che hanno presentato il loro studio alla riunione annuale dell’American Chemical Society nel 2019. Alla base ci sono alti livelli di glucosio nel sangue e danni al DNA.

Questo perché il tessuto adiposo produce specifiche proteine (chiamate adipochine) che determinano uno stato di infiammazione cronica, collegata allo sviluppo di tumori. 

PERICOLO PIÙ CHE RADDOPPIATO NEI MALATI DI DIABETE

Il grasso in eccesso, inoltre, può quintuplicare il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 che, a sua volta, aumenta il rischio di tumore di ben 2 volte e mezzo in più rispetto a un individuo sano, che presenta cioè valori di glicemia normali nel sangue. 

Da studi precedenti, si riteneva che l’aumento dell’incidenza di tumori nelle persone affette da diabete fosse dovuto a squilibri ormonali. È l’eccesso di insulina caratteristica del diabete di tipo 2 che, stimolando la crescita cellulare, causa l’insorgere di un tumore. 

Gli scienziati hanno approfondito la ricerca scientifica per spiegare meglio questi meccanismi. Secondo i ricercatori, l’associazione tra diabete e cancro si trova nel DNA danneggiato a causa dell’iperglicemia. Sono gli elevati livelli di zucchero nel sangue a provocare maggiormente danni nel DNA, come pure determinare una minore capacità di autoripararsi. 

LA SOLUZIONE STA NEL TENERE BASSI I LIVELLI DI GLUCOSIO NEL SANGUE

Ecco che allora i ricercatori del City of Hope National Medical Center hanno voluto indagare maggiormente sulla struttura del DNA. In particolare, hanno cercato di capire se alte concentrazioni di glucosio nel sangue sono in grado di creare danni ai filamenti di DNA, fenomeno alla base dello sviluppo tumorale. Per farlo, hanno analizzato culture cellulari e osservato topi in laboratorio, scoprendo che alcune porzioni di DNA (chiamati addotti) associati allo sviluppo tumorale, si trovano maggiormente nei tessuti e negli animali affetti da diabete. Inoltre, dalle osservazioni è emerso che il glucosio presente in eccesso nel sangue va a interferire con il processo di riparazione dei frammenti di DNA danneggiati. Da qui la conclusione che concentrazioni elevate di zucchero provocano danni al DNA e, al tempo stesso, inibiscono la riparazione, meccanismo che provoca instabilità nel genoma e determina l’insorgere del tumore.

Nello studio clinico di fase II, poi, i ricercatori hanno rilevato livelli elevati di addotti sia nel DNA sia nell’RNA di individui affetti da diabete di tipo 2. In questi soggetti, gli scienziati hanno trovato bassi livelli dei fattori di trascrizione mTORC1 e HIF1α. Proteine coinvolte nel processo di riparazione del DNA: mTORC1 stimola la produzione di HIF1α, la quale attiva i geni che avviano il tutto. Il prossimo step di ricerca è verificare se i farmaci in grado di stimolare la sintesi di queste due proteine, portino anche a una minore incidenza di tumori. Dato che la metfomina (il principale farmaco in uso per diminuire la glicemia) svolge anche un’azione stimolante nella riparazione del DNA danneggiato, i ricercatori stanno testando la combinazione con sostanze che stabilizzano le due proteine. In ogni caso, gli esperti consigliano di tenere bassi i livelli di glucosio nel sangue, per abbassare la probabilità di sviluppare un tumore. 

FONTI

  1. Science Daily – How diabetes can increase cancer risk: DNA damaged by high blood sugar – (August 25, 2019)
  2. American Chemical Society – How diabetes can increase cancer risk: DNA damaged by high blood sugar 

PUNTI LONGEVITÀ PER LA TERZA E QUARTA ETÀ

Come indica la stessa Organizzazione mondiale della sanità, un fattore di rischio per le molte malattie non comunicabili (cancro, diabete, malattie cardiovascolari, autoimmuni come la sclerosi multipla e neurodegenerative come l’Alzheimer) è l’invecchiamento. Per esempio, il National Institute of Health -National Cancer Institute statunitense ha osservato che un quarto dei nuovi casi diagnosticati negli Stati Uniti nel 2015 riguardava persone tra i 65 e 74 anni e l’età media per la diagnosi è di 61 anni per il tumore al seno, 66 anni per il cancro alla prostata, 68 anni per quello al colon-retto, 70 anni per il tumore ai polmoni.

… La popolazione mondiale sta sempre più invecchiando. L’OMS ha analizzato come tra il 2015 e il 2050 la popolazione over 60 aumenterà dal 12% al 22% e nel 2050 le persone oltre i 60 anni saranno in numero superiore ai bambini di meno di 5 anni. Se guardiamo all’Italia, secondo i dati dell’ISTAT, nel 2019 vivevano più di 7 milioni di anziani, l’11,7% della popolazione. Ci troviamo, quindi, in una fase piuttosto critica per la salute pubblica presente e futura sia a livello mondiale che italiano.

Anche la recente pandemia Covid-19 ha chiaramente dimostrato come l’aumentare dell’età dei casi implichi anche un incremento della letalità. Ad esempio, in Italia, l’ISTAT analizza come:
negli uomini con 80 anni e oltre si passa da una flessione della mortalità del 3,5% (gennaio-febbraio 2020) a un aumento del 62% (marzo 2020) e del 47% (aprile 2020);
nelle donne della stessa età la variazione dei decessi, rispetto alla media 2015- 2019, va dal -7,4% (gennaio-febbraio 2020) al +41,6% (marzo 2020) e al +49,5% (aprile 2020).
Inoltre, troviamo un’eccesso di decessi, più accentuato a marzo, per gli uomini di 65-79 anni residenti al Nord (+131% vs 77,9% delle donne nella stessa classe di età e ripartizione). In aggiunta, i dati che riguardano le caratteristiche dei pazienti deceduti positivi ci indicano che hanno un’età mediana di 80 anni, circa 30 anni in più rispetto all’età media di coloro che hanno contratto il virus.
Ciò è anche dovuto a un maggior numero di patologie croniche con cui convive una gran parte della popolazione anziana. In Italia, ad esempio, circa il 42,3 % degli uomini con più di 75 anni e il 42,3% delle donne soffre di 3 o più malattie croniche e il 22% sperimenta gravi limitazioni alle attività quotidiane.

Prevenzione e supporto alle terapie
Risulta quindi logico e necessario oggi più che mai intervenire sull’invecchiamento, rispetto a seguire un percorso basato, invece, sulla prevenzione e cura di singole malattie. Questo metodo potrebbe essere maggiormente efficace per proteggerci da molte problematiche future e farci vivere bene sia ora che in seguito, agendo sul programma di longevità del nostro corpo e, in tal modo, riducendo l’eventualità che molte patologie si manifestino.

Esistono molti elementi che possono influire sulla probabilità che insorgano certe malattie o che la nostra sopravvivenza sia in serio pericolo quali vita sedentaria, cattiva alimentazione, corredo genetico. Dallo studio dei geni e delle vie metaboliche che regolano l’invecchiamento (Tor-S6K, GH-IGF-1 e PKA), sono stati identificati gli zuccheri, le proteine e gli amminoacidi come principali attivatori e quindi acceleratori del processo che ci porta ad invecchiare.

Osservare quindi come diversi regimi alimentari hanno un influsso e controllano questi geni, il programma di longevità e varie patologie è un passo importante per comprendere lo sviluppo di diversi tipi di malattie oltre che riprogrammare e ottimizzare la longevità del nostro corpo. L’alimentazione sembra essere, di conseguenza, il fattore principale sul quale possiamo avere controllo per potere vivere fino a cent’anni sani. Infatti, parte dei casi riconducibili a malattie quali ad esempio il diabete, diverse tipologie tumorali e le malattie cardiovascolari potrebbe essere agevolmente contrastata, sulla base di studi scientifici accurati e riconosciuti, attraverso utili e fondamentali modifiche alla nutrizione e allo stile di vita, focalizzate sulla longevità sana e sul raggiungimento di un’esistenza sostenibile per se stessi e anche per il pianeta.

Punti longevità per la Terza e Quarta Età

La Fondazione Valter Longo ha deciso di offrire una risposta e un supporto a un’emergenza, non solo italiana ma anche mondiale, aiutando il pubblico ad adottare uno stile di vita bilanciato, longevo e sostenibile e offrendo un sostegno alla cure della malattie, grazie al profonda preparazione scientifica dei suoi collaboratori, maturata sia in Italia che all’estero in importanti università e centri di ricerca. Per questo motivo, la Fondazione si è impegnata nella creazione di “Punti longevità per la Terza e Quarta Età”, in particolare nelle RSA, grazie anche alla collaborazione di partner quali la Fondazione casa di riposo L. e A. Agostoni Onlus di Lissone.

Gli obiettivi di questo interessante progetto di forte utilità sociale sono di:
1) iniziare con tutti un percorso all’insegna della longevità sana grazie a un graduale miglioramento della qualità e dello stile di vita tramite interventi nutrizionali e di stile di vita (con anche attenzione all’esercizio fisico) per gli anziani coinvolti;
2) garantire un ulteriore supporto alle terapie standard per far sì che anche gli anziani in condizioni critiche di salute possano vivere al meglio.

Le attività create ed offerte si riferiscono a:
Assistenza nutrizionale per gli anziani, soprattutto nelle RSA, con supporto e visite nutrizionali personalizzate, comprensive di un piano nutrizionale dettagliato e che mostrano particolare cura nel seguire i pazienti che soffrono di diversi tipi di patologie.
Attività di sensibilizzazione ed educazione, in particolare grazie alla creazione di corsi/webinar/incontri per professionisti nell’ambito sanitario, quali coloro che sono impegnati nella cura degli anziani e nelle RSA fornendo informazioni riguardo: il processo di invecchiamento; il concetto di longevità sana e i suoi pilastro; età, alimentazione e stile di vita quali fattori di rischio per molte malattie; esempi di centenari, le Zone Blu e lo stile di vita; densità calorica degli alimenti; nutrizione, attività fisica e consigli utili per la terza e quarta età.
Servizio di consulenza da parte dei nutrizionisti specializzati nella Dieta della Longevità per definire i programmi alimentari delle mense e del servizio ristoranzione delle RSA e centri per anziani e per consigliare la migliore scelta delle forniture legate ai distributori di cibo e bevande, nel rispetto dei CAM (Criteri Ambientali Minimi) per la ristorazione collettiva, oltre che organizzare eventi formativi per chi si occupa del servizio mensa e della fornitura di prodotti nelle RSA e nei centri rivolti alla “Terza e Quarta età”.

Il profondo desiderio della Fondazione, dei suoi “Punti longevità per la Terza e Quarta Età”e dei suoi partner, quali la Fondazione casa di riposo L. e A. Agostoni Onlus di Lissone, è di garantire supporto a tutti e in particolare alle categorie più vulnerabili e tragicamente colpite, anche dalla recente pandemia, quale gli anziani, al fine di offrire l’opportunità a tutti di vivere al meglio in ogni singolo momento e soprattutto in un periodo delicato quale la terza e quarta età.

FONTI

World Health Organization/Europe. “Risk factors of ill health among older people”. https://www.euro.who.int/en/health-topics/Life-stages/healthy-ageing/data-and-statistics/risk-factors-of-ill-health-among-older-people

NIH- National Cancer Institute. “Age and Cancer Risk”. April, 29th, 2015. https://www.cancer.gov/about-cancer/causes-prevention/risk/age

World Health Organization. “Ageing and health”. 5 February 2018. https://www.who.int/news-room/fact-sheets/detail/ageing-and-health

ISTAT. “Impatto dell’epidemia Covid-19 sulla mortalità totale della popolazione residente periodo gennaio-novembre 2020.” 3012..2020. https://www.istat.it/it/files/2020/12/Rapp_Istat_Iss.pdf

ISS-ISTAT. “Report sulle caratteristiche dei pazienti deceduti positivi all’infezione da SARS-CoV-2 in Italia.” 02.12.2020. https://www.epicentro.iss.it/coronavirus/bollettino/Report-COVID-2019_2_dicembre.pdf

ISTAT “Infografica sugli aspetti di vita degli anziani con 75 anni e più”. 27.04.2020 https://www.istat.it/it/archivio/241890